Sunday, January 11, 2009

FREE PALESTINE


Il prato di Hyde Park è duro come pietra. Ci faceva un freddo boia a Londra la mattina di ieri ed era tutto gelato. Arrivo all'ingresso del parco con due ore buone di anticipo e c'è già un sacco di gente che si incammina verso lo 'speaker's corner', ovvero quell'angolo del parco dove, tradizionalmente (e come potrebbe essere altrimenti a Londra?), chiunque abbia qualcosa da dire prende un banchetto, ci sale sopra e parla. Col tempo, anche la tradizione s'è evoluta e adesso c'è un palco coperto con tanto di amplificazione. Lungo il tragitto sembra di essere piombati in una specie di Silent Hill islamica. Il prato è bianco di ghiaccio. Gruppetti di uomini riuniti in preghiera spuntano di tanto in tanto dalla nebbia gelata. Come faranno a trovare la direzione giusta per pregare lo sanno solo loro. Ma nonostante tutto, nè la nebbia nè il gelo riescono a fermare la gente. Alla fine, gli organizzatori parleranno di più di 100.000 persone. Chissà se, come succederebbe in Italia, la polizia ne avrà contati una quindicina. Non è quindi una manifestazione colossale quella che vuole protestare contro il genocidio degli abitanti della Striscia, operato con chirurgica approssimazione dall'esercito israeliano a cavallo tra il 2008 e il 2009, e tutt'ora in corso, col 'secondo tempo' dell'intervento di terra. Eppure gli organizzatori parlano della più grande manifestazione che Londra abbia mai visto dal 2002, quando ci si radunò (e per una curiosa coincidenza partecipai anche a quella) contro la neo-guerra irachena. Lo stesso giorno di quella manifestazione, a Roma sfilarono più di un milione di persone! Non sono molto propensi a protestare gli inglesi. E perchè dovrebbero? Non hanno problemi, la crisi viene affrontata con britannica disciplina e per chi perde il posto ci sono pronte dosi massicce di alcool a basso prezzo. S'incazzano se gli cammini sulla pista ciclabile magari, ma se c'è da macinare qualche km per una giusta causa il discorso cambia. Meglio così! C'è la certezza che i 'britons' che si incontreranno lungo il percorso saranno di quelli cordiali e simpatici.
La maggior parte dei 100.000 e più sono pertanto arabi. Giovani ragazzi incappucciati e incazzati come bisce si mescolano a vecchi saggi in tunica, zuccotto e barbone lungo e donne con velo e splendidi quanto misteriosi occhioni neri. Tra questi, io. Senza guanti e con un freddo addosso che manco gli alpini di Bedeschi, arrivo sotto il palco giusto mentre un rappresentante dell'organizzazione apre la serie degli interventi. "Salam Aleikum", "Brothers and sisters", "Comrades". Ogni intervento si apre così. "FREE FREE PALESTINE" e si chiude così, con la folla che risponde sempre e sembra quasi respingere la nebbia a forza di urla. Parlano in tanti. Rappresentanti sindacali, esponenti di ONG, politici. Il messaggio è chiaro. Non è il massacro che stupisce. Quello si protrae, salvo rare eccezioni, da prima del '48. E' il silenzio. Il silenzio della cosiddetta civiltà occidentale, il silenzio della comunità europea, il silenzio degli altri stati arabi. Ahmed, vicino a me, dice che l'Egitto non è più uno stato fratello per lui. E tutti chiedono la stessa cosa. Che il Regno Unito smetta di vendere armi ad Israele e che ritiri i propri ambasciatori da quello stato. In Italia, richieste del genere sarebbero risibili, nel senso che cadrebbero inascoltate prima ancora di essere proferite. Speriamo che in UK le cose vadano diversamente.
Chi parla non sempre ha le idee chiare. Qualcuno asserisce che lanciare Qassam contro Israele non è il modo giusto di reagire, e l'unica sarebbe operare il boicottaggio sistematico dei prodotti Israeliani. La prima parte del ragionamento è senz'altro condivisibile, ma la seconda? Non ce lo vedo Israele in ginocchio perchè qualcuno smette di comprare arance israeliane al supermercato. Non è che Israele esporti molto di più dopotutto.
Sta di fatto che sul palco salgono anche loro. Gli ebrei. Ed è forse l'intervento più importante di tutti. Almeno per me, che ignoravo l'esistenza del movimento 'Jews for justice for palestinians'. Parla un uomo, un professore. Racconta di come il movimento che rappresenta sia riuscito a far studiare molti ragazzi della striscia, ed a farli ritornare, dopo la laurea o il diploma, nella striscia stessa. Hanno individuato il problema, senza dubbio. E si dannano l'anima per risolverlo. Ma inutilmente. Chè serve a poco lasciarsi indietro l'ignoranza e la povertà se poi qualcuno trasforma scuole, associazioni culturali e teatri in obiettivi militari da bombardare. E quasi piange quell'uomo mentre grida "ditelo ai vostri rappresentanti parlamentari!". Sento un freddo di solitudine sia nelle parole di quell'uomo che dentro di me. Ma è più forte il calore della gratitudine, per qualcuno che si danna l'anima per salvare la mia, chè è grazie a loro se posso continuare a sputare in faccia a chi mi dà dell'antisemita!
Chiude la serie degli interventi uno sfigatissimo Brian Eno, che col microfono mezzo scassato ricorda che in quello stesso 'speaker's corner', lui ha manifestato contro la guerra in Vietnam, contro l'aparthaid e contro la guerra in Iraq (come se gliene fregasse un cazzo a qualcuno). Poi il palco viene catturato da un maschiotto che inizia un improbabile rap fatto di dita ritorte a pistola, e il corteo inizia a muoversi. Mi muovo con lui e dopo poche centinaia di metri vedo davanti a me qualcosa che non mi aspettavo. Un grande striscione rosso con al centro una stella gialla. E dentro la stella, falce e martello! "Casa", penso. Mi accodo, dico al tizio che tiene uno dei bastoni dello striscione che, quando è stanco, posso dargli il cambio. Lui ha le mani congelate e mi passa subito il testimone. "Sto sfilando col Partito Comunista Inglese..." penso, "...P.C.I.". E quasi scende la lacrimuccia. Poi però vedo che, ovviamente, si chiama 'Communist Party of Great Britain'...CPGB...NON E' LA STESSA COSA!!!
L'organizzazione ha previsto che il corteo sfilasse davanti l'ambasciata israeliana. Quando ci arriviamo, troviamo due cose. La neve, che ha iniziato a cadere in fiocchi piccoli e fastidiosi, e qualche 'bobby' davanti al cancello. Il grosso dello spiegamento è dentro il viale dell'ambasciata. Quelli rimasti fuori sono quattro gatti che non riescono ad impedire ad alcuni dei maschiotti di salire sulle colonne laterali che reggono il cancello, di sfasciare un paio di lampioni e di bruciare un paio di bandiere. Parte una carica. Roba piccola, niente di che. La cosa divertente è un'altra. E cioè che gli arabi hanno un gran senso dell'umorismo! Li vedevo mentre stavo sotto al palco e lungo la marcia. Ognuno ne teneva in mano una. E quando siamo arrivati davanti all'ambasciata, hanno iniziato a tirarle tutti insieme dall'altra parte del cancello. Una pioggia di SCARPE rivoluzionarie!!!
Cari sionisti, una risata vi seppellirà!

PS
Apprendo dal sito di Galatea che il giornalista palestinese Sameh Habeeb ha, a proprio rischio e pericolo, un blog attivo direttamente da Gaza. Lo trovate qui, con la cronaca diretta di queste due settimane di massacro. Habeeb riesce a connettersi grazie ad un generatore di corrente ed in totale clandestinità, quindi sarebbe bene che tutti dessimo una mano a questo coraggioso amico diffondendo l'indirizzo del suo blog.

7 comments:

fabio r. said...

bella testimonianza. bravo. l'ho letta come un racconto e tra le madonne varie e la tristezza x la situazione mi hai fatto pure sorridere col PCI. bisognerebbe dirlo a bertinotti :-)
dopo vado a vedere il blog che hai linkato e se posso lo rimbalzo anche da me. grazie.

fabio r. said...

ho fatto un post anch'io ed ho rilanciato il blog. Grazie!

Lesandro said...

grazie a te Fabio

Camu said...

Ho appena letto il post!!!Bello!!!ora vado anch'io sul blog che hai linkato.

Bye

NADIA said...

hola!!
vengo dal blog di Fabio, grazie per ciò che ho letto da te, poi sono andata da Sameh, è troppo straziante tutto quello che sta succedendo, sono sconvolta e anche molto incazzata, scusa ma non trovavo una parola migliore.
ciao e a presto.
hasya siempre!!!

Tonino said...

A Milano pare 5000 persone, composto per lo più da irriducibili e organizzazioni religiose. Spira un'aria di disimpegno, sfiducia e arretramento da queste parti impressionante. I rappresentanti di quasi l'intero arco costituzionale si sono recati a un'iniziativa di "pace" sotto l'egida della comunità ebraica romana di cui lascio immaginare il significato e questo è quanto.

Lesandro said...

@ Tonino: come direbbe Beppe Grillo, noi italiani siamo sempre 'un filo' in controtendenza. Ma giusto 'un filo'...