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Monday, April 18, 2011

Habemus Papi

"Mi dà fastidio, tutto qua. Per me il Papa è il Vicario di Cristo e non si tocca. Rappresentarlo in una farsa, come fa Moretti, mi sembra una cosa brutta. Non fidiamoci dei critici cattolici, anche se preti, che lo assolvono. Bocciamolo al botteghino. Saremo noi cattolici a decretare il successo di questo triste film, se ci lasceremo convincere ad andare a vederlo. Perché dobbiamo finanziare chi offende la nostra religione?"

A parlare e' Salvatore Izzo, vaticanista, dalle colonne dell'Avvenire. Si riferisce, ovviamente, all'ultimo film di Moretti 'Habemus Papam' ed invita tutti i cattolici alla crociata del boicottaggio contro il film del regista romano.

Dopotutto trovo che abbia ragione. Per quale motivo dei cattolici dovrebbero finanziare il film di un regista che non bestemmia in pubblico, non va a puttane e, soprattutto, non va a puttane minorenni?

Il guaio di Moretti e' che non e' contestualizzabile.

Tuesday, September 14, 2010

Catozzandro's


Chiuso il sipario sul Festival del cinema di Venezia, il commento finale del nostro personalissimo inviato speciale, unitamente alla nutrita lista delle sue recensioni, offre all'incauto lettore di questo blog una panoramica completa sugli alti e bassi che la prode critica cinematografica ha osservato nella città del felino transgenico.
Non spingete.



"Quentin è una persona seria e sceglierà il migliore". Così replica Monte Hellman, colui che scoprì il primo Tarantino, a chi gli chiede conto di un possibile conflitto di interessi all'alba del verdetto finale.
E chissà se avrà saputo però che il regista de "Le iene" (da lui prodotto) in realtà ha lasciato la sala a metà proiezione del suo particolare ma non eccezionale "Road to nowhere".
Del resto anche le risate e gli schiamazzi durante la proiezione di "Balada triste" dello spagnolo Alex De la Iglesia sembravano attestare l'apprezzamento sincero del presidente della giuria, così come la devozione dimostrata al suo adorato Takashi Miike e alla doppia visione che pare abbia concesso al classico e sontuoso (ma per noi mortali un po' noioso) "13 assasins".
Ebbene tutto ciò non ha impedito che l'assegnazione del Leone d'oro andasse invece a "Somewhere", un film ben poco affine al suo gusto pulp eppure evidentemente, con un appeal tutto speciale.
Davanti alla sempre sofisticata regia della sua ex fidanzata poco hanno potuto le gesta dei tristi e folli clown del circo spagnolo (Leone d'Argento) o tutto il sangue di quei samurai avvelenati nel Giappone feudale, nè ha sconvolto più di tanto la storia della Venere nera, considerata a grave torto non meritevole neanche di Coppa Volpi e premi secondari.
Grave occasione mancata infatti, quella di negare il premio come migliore interprete femminile alla straordinaria Yahima Torres, interprete tragica e sincera della terribile storia raccontata nel film di Kechiche. Forse troppo disturbante per non essere ignorata da chi ha voluto privare ancora una volta di un meritato riconoscimento un regista così impegnato e militante.
Riscatto parziale per la più "pura" delle pellicole in concorso, quella diretta dal grande Jerzy Skolimoswki sulla cui alta qualità abbiamo già scritto, e che si consola con il Gran Premio della Giuria e la Coppa Volpi a un eccellente Vincent Gallo che non ha ritirato il premio scegliendo di restare mimetizzato tra il pubblico.
Personaggio sui generis, ma indubbiamente uno degli artisti più coerenti della settima arte sebbene il suo film da regista abbia fatto acqua da tutte le parti. Non a caso le sue erano "Promises written in water".
Sinceramente deludente invece la decisione di premiare Ariane Labed, la protagonista di quel film inspiegabilmente in concorso dal titolo "Attenbergh" che più che una riflessione sulla natura animale(sca) dell'uomo fa riflettere su quanti danni possa creare la visione reiterata dei documentari del povero Sir David Attenborough, ispiratore del titolo e delle "perversioni" (che poi perversioni non sono) della protagonista.
Non sprecheremo una parola su quanto sia stato "il festival di Tarantino" e su quanto giusto o sbagliato possa essere il verdetto, né ci interessa granchè notare che la Coppola molto tempo prima di figliare con il solista dei Phoenix se la intendesse con il presidente della giuria che le ha assegnato il Leone d'oro.
E'così che evidentemente doveva andare. Punto.
La polemica sul "trattamento ingiusto" ricevuto dalle pellicole italiane completamente ignorate, beh quella proprio la lasciamo a chi è ancora fermo all'epoca del Gattopardo quando tutto doveva cambiare perché nulla cambi.
Ci preme piuttosto ricordare che il Cinema non è fatto per i premi, non si presta alla negoziazione né alla competizione, non è nella sua natura. E' fatto per la visione, per riempire gli occhi e annebbiare la mente.
Pare che una volta il giurato Renoir si rifiutò di assegnare premi perché "ogni film è espressione di un'individualità", provocando le furie del direttore del festival e mettendo in difficoltà l'intera giuria.
Altri tempi, altre menti, altro ardire, altro coraggio.
Tragica coincidenza chiudere il sipario sul Lido con queste parole proprio nel giorno in cui ci lascia Claude Chabrol.
Forse è davvero il momento di spegnere i riflettori e di riporre nei ripostigli della Serenissima i leoni di polistirolo.
Tocca custodirli bene. Potrebbero rimanerci solo quelli.


Film recensiti su MP news:

Sunday, February 28, 2010

Il ginocchio ferito dell'america

Il 28 Dicembre del 1890, una tribù di indiani Lakota di più di trecento tra uomini, donne e bambini, venne interamente sterminata da un battaglione di cavalleria americana agli ordini di un colonnello "occhi turchini e giacca uguale", come direbbe de Andrè. Erano migranti, e lo stesso colonnello li aveva precedentemente rassicurati dicendo loro che non avrebbero avuto nulla da temere se, incontrando i visi pallidi, si fossero tutti raggruppati sotto una bandiera americana. Bandiera preziosa dunque, che il capo tribù, Piede Grosso, custodiva prudentemente sotto la giubba. Vennero intercettati sul fiume Wounded Knee (Ginocchio ferito. Dio solo sa perchè chiamare così un fiume). Memore degli accordi presi, il capo tribù radunò la sua gente sotto la bandiera. Nella sua mente di pellerossa senza malizia, non poteva immaginare che quell'accordo era stato pattuito al solo scopo di rendere più facile lo sterminio, di evitare cioè che le giubbe blu dovessero rincorrere i singoli pellerossa lungo tutta la valle. Un piccolo dettaglio che viene normalmente trascurato nelle versioni ufficiali sull'accaduto, nonostante le numerose canzoni che, nella 'discografia' a stelle e strisce, hanno voluto ricordare questo avvenimento.
Sono le quattro del mattino e tra l'angoscia, il vino e la voglia di bestemmiare (tanto per citarne un altro), ho appena finito di vedere Avatar, il film di James Cameron di cui tanto si parla in questi giorni. L'ho visto su internet, senza pagare una lira. Alla faccia di Cameron. Anche se l'ho dovuto vedere con i sottotitoli in tedesco durante i frequenti dialoghi in lingua Na'vi, il nome del popolo di indigeni, che suona mooolto simile all'inglese 'native', l'aggettivo usato per indicare i nativi americani (il termine pellerossa veniva inizialmente usato in senso dispregiativo, e venne sdoganato solo successivamente dal parlare comune). Il nome del popolo alieno non è la sola cosa che accomuna i giganti blu ai giganti rossi. Ci sono archi e frecce, e guerrieri a cavallo, e un culto della Terra come 'Grande Spirito' (Eywa per i Na'vi, Wakantanka per i Sioux). Oltre che un colonnello dei Marines bastardo dentro. E poi c'è la trama. Talmente simile alla storia del massacro di Wounded Knee, che se solo avesse avuto un briciolo di onestà in più, lo stesso Cameron avrebbe dovuto scrivere "liberamente tratto dalla storia degli Stati Uniti" sotto al titolo.
Paralleli del genere non sono infrequenti tra i film americani, e si incontrano sempre in pellicole che il pubblico premia con incassi record, e valanghe di statuette di omini dorati e senza genitali, come ad esempio "Balla coi lupi". Ci sono sempre dei 'buoni' o molto poveri o molto selvaggi che combattono e muoiono per salvarsi dalle grinfie avide del cattivo uomo bianco, generalmente impersonato da un qualche ufficiale 'deviato' dei marines. Poi però arriva un 'redento' viso pallido, di solito accompagnato da altri tre o quattro sfigati votati al martirio, che abbandona la causa della propria gente (o della propria specie o di quello che volete voi), aiuta i poveri selvaggi, si mostra combattente eroico e leader carismatico, si strombazza la più topona delle selvagge (generalmente la figlia del capo selvaggio) ed esce vittorioso da tutto questo senza nemmeno spettinarsi. Insomma, l'eroe è sempre quello che cambia bandiera, che va contro l'ordine costituito, che disobbedisce.
Questa ipocrisia mi fa vomitare. Hanno bisogno, gli americani, anche loro della loro redenzione, tanto più che massacri come quello di Wounded Knee sono stati e vengono perpetuati in ogni parte del mondo, dal Giappone di Hiroshima al Vietnam all'Iraq. E si ripuliscono la coscienza comodamente seduti sulle poltroncine di un cinema, rimpinzandosi di nachos e pop-corn. Pensando a quanto sono bravi e umani ad aver aiutato i simpatici alieni dalla pelle blu a sconfiggere il malvagio colonnello. Doppia ipocrisia oltretutto, chè applaudono al bastian contrario dentro alla sala, ma come escono sono sempre prontissimi a puntare il dito contro chi, nelle loro povere menti, mette a rischio le loro esistenze di Dio, Patria, famiglia e tacchino a Natale dicendo 'no'.
Per cui, tante volte qualche regista mi leggesse, gli suggerisco la trama di Avatar 2, dove il nostro eroe bellimbusto stira miseramente le zampe, e l'ultimo dei selvaggi, brutto, gobbo, zoppo e che puzza anche un pò, invade la Terra (ormai interamente a stelle e strisce) e porta la salvazione anche a noi poveri umani.
E' solo finzione cinematografica dopotutto. Ma per una volta almeno, assisteremmo veramente alla finzione di un popolo di selvaggi che viene liberato.
Giudizio critico: se avete voglia di strabuzzare gli occhi davanti agli effetti 3D (che io non ho visto ma che immagino), o se vi piace Sigourney Weaver, allora andatelo pure a vedere. Saranno comunque tre ore durante le quali eviterete di pensare alle bollette, al mutuo, alla pensione che non c'è e a tutte quelle piccole cose che rendono felice la nostra vita di occidentali.
Sennò, un qualunque film di Bombolo è meglio.
Augh

Tuesday, January 20, 2009

Coincidenze



Riconosco che questo 'dettaglio' a me era sfuggito. Non sono poi praticissimo dell'Islam e dei suoi costumi, per quanto penso che avrei dovuto invece notarlo subito, che' lo sanno tutti come prega un musulmano.
La coincidenza in oggetto consiste nel fatto che ho trovato sul blog della mitica Lia un post dedicato ad un film che, curiosamente, mi sono ritrovato a vedere a Roma alla fine delle mie vacanze Natalizie. Coincidenza aggravata dal fatto che io, al cinema, non ci andavo credo dal '72. In Italia almeno. Stavolta invece, mosso da alcune delle Forze Prime che muovono un po' tutto l'Universo Creato, ci sono andato ed il film in questione era appunto questo 'The Millionaire', che tanto perplessa ha lasciato la proprietaria del mio haramlik preferito. Personalmente il film l'ho trovato abbastanza fastidioso, se non altro perche' prima attira lo spettatore nella realta' orrenda di bambini sfruttati, mutilati al solo scopo di mandarli ad elemosinare, e poi si risolve in un favolistico confettone rosato dove i buoni vincono, i cattivi crepano, tutti sono bellissimi e anche i morti di fame esultano davanti a televisori stradali se un loro ex compagno di strada vince miliardi giocando ai 'pacchi' con l'alter ego indiano di Pupo. Ma a parte questo, quello che merita particolare menzione adesso, e' la 'magagna' riportata da Lia nel suo post. In una delle scene iniziali, i due bambini protagonisti, Jamal e Salim (occhio ai nomi!), vedono la propria madre uccisa da un gruppo di invasati che caricano il lavatoio dove questa, insieme ad altre donne, era intenta alle sue mansioni. Durante l'aggressione, si sente chiaramente una voce che emerge dalla fuga delle donne aggredite e che dice "Aiuto! Sono musulmani! Scappiamo!". Lo spettatore ingenuo o distratto (come il sottoscritto, almeno sul momento) registra il tutto come l'aggressione di musulmani a donne hindu. Ma non e' cosi'. Infatti, non solo 'Jamal' e 'Salim' sono chiaramente nomi islamici e non hindu, ma in una delle scene del film, si vede uno dei bambini recitare una preghiera secondo lo stile musulmano, ed e' frequente sentire entrambi pronunciare frasi del tipo 'Dio e' grande'. A spazzare il campo dai dubbi, ci pensa lo stesso Danny Boyle, il regista, che dichiara in questa intervista la reale appartenenza religiosa dei protagonisti. Che e' successo dunque? I doppiatori parlano di 'svista'. A me, sinceramente, viene in mente invece Luigi Braccioforte, ovvero quei patetici tentativi in voga durante il ventennio, di italianizzare i nomi di personaggi stranieri (nello specifico Louis Armstrong). In questo caso abbiamo italianizzato un film intero. Nemmeno Mussolini sarebbe riuscito a fare tanto. Ma si sa, essendo sagittario, io vedo il complotto dappertutto.

Sunday, January 11, 2009

Sciuscià

Di Elena Catozzi

Pare che a volte in questo Paese riescano ancora ad accadere cose straordinarie, sembra che di tanto in tanto barlumi di memoria storica riescano a dare piccole scosse di coscienza ai curatori dei palinsesti televisivi, ed è così che per caso, può capitare di imbattersi nella visione di Sciuscià di sabato sera, sulla buona cinefila La7.
Dire che quasi non crediamo ai nostri occhi è dire poco, dire che la sconcertante portata di quello che non è semplicemente un film ma l' inno degli inni all' infanzia violata, violentata, straziata e negata, è ahimè talmente attuale, talmente e maledettamente accostabile a quello che sta accadendo a migliaia di bambini, in questo preciso momento, in varie parti del mondo, che ci sconvolge ancora di più, ci travolge, ci mette un cappio al collo e la forza delle sue immagini e della sua storia forse ci strozza, ci avvinghia, non sappiamo come reagire, dare un senso a quella che forse è una delle più grandi manifestazioni sullo schermo (accanto a "I bambini ci guardano" e "Ladri di biciclette"), della dignità spezzata dei piccoli di tutte le guerre, di tutte le miserie, di tutte le presunte civiltà.
Ma cos’è quello che vediamo scorrere davanti ai nostri occhi? Che storia è quella che due signori di nome Vittorio De Sica e Cesare Zavattini vogliono, sentono l’urgenza di raccontare? E’una storia semplice e comune, e che in pochi hanno avuto il coraggio di raccontare, una storia che riguarda tutti i bambini del mondo in ogni tempo, la storia di un’ ingiustizia mai superata, o poco esibita, è la storia dei deboli e dei piccoli che pagano le colpe di chi non ha mai avuto rispetto per la condizione di “bambino” e che anzi, l’ ha sfruttata, usata, sfasciata, coprendosi dietro le macerie della guerra, addebitando tutto ad essa, è la storia di chi non ha mai saputo ammettere di non aver protetto le sue generazioni migliori.
I due piccoli “sciuscià” Giuseppe e Pasquale (che dire interpretati magistralmente da Franco Interlenghi e Rinaldo Smordoni significherebbe non rendere loro abbastanza giustizia), non solo lavorano come schiavi per strada, non solo vengono usati, loro malgrado, per furti, imbrogli e cose laide di questo tipo dall’ Uomo vigliacco che non ha il coraggio di sporcarsi le mani, ma tutto quello che vogliono è solo poter guadagnare qualche spicciolo per andare a villa borghese per salire in sella a un cavallo bianco!!!!Ecco tutto quello che sognano due poveri ragazzi, ecco quello per cui sono disposti a lucidare scarpe spesso a laidi americani che nemmeno li pagano, ecco in cosa cercano conforto due bambini che non hanno nessuno. In un cavallo bianco. E cosa succede se invece vengono malauguratamente “prelevati dalle autorità” e tramite una sommaria e assurda seduta di tribunale incarcerati per un furto che in realtà non avevano neanche commesso???
Succede che De Sica nel 1946 decide di mostrare il lato mostruoso del nostro Paese, le storture, lo scandalo e l’indecenza di quello che era il sistema carcerario minorile, le oscenità perpetrate a scapito di innocenti in quello che veniva considerato un luogo di riabilitazione, succede che De Sica con straordinarie capacità da entomologo scelga uno ad uno le facce più terribili e così maledettamente vere dei poteri precostituiti, Chiesa compresa, e ne mostri l’abiezione più totale a partire dalla crudeltà del direttore, passando per l’ indifferenza spesso acquiescente dei sacerdoti, la totale assenza di rispetto della polizia carceraria e arrivando alla rassegnazione di quell’unico assistente che aveva cercato di aiutarli ma che non ce la fa più a rendersi protagonista di tante violenze e soprusi gratuiti contro questi bambini e decide di lasciare il posto quando gli muore tragicamente fra le mani uno di loro, in quello che le autorità, ripeto, Chiesa compresa, vogliono sminuire come un “incidente”.
E quanto struggente sia il ritratto lucido e mai patetico di questi volti rubati alla vita, se solo pensiamo alla figura del piccolo napoletanino spaurito e malaticcio, e ai suoi occhi speranzosi, alla sua immensa maturità di chi è cresciuto troppo in fretta, quanta umanità nei visi e nei corpi di ragazzi che non riescono a trovare uno spiraglio di solidarietà nemmeno unendosi tra loro, nemmeno cercando di difendersi insieme perché è troppa, troppa la crudeltà e la violenza in cui sono immersi e allora anche Pasquale e Giuseppe saranno destinati a mantenere il loro destino di vittime ( se non di martiri) di una società che se ne è lavata le mani, fino in fondo, fino agli ultimi attimi tragici della loro vita in cui pagheranno amaramente l’assurdità e la degradazione del tempo in cui sono vissuti e Vittorio De Sica tutto ciò ce lo sbatte in faccia senza mezzi termini, in quello che è fuori da ogni dubbio uno dei finali più agghiaccianti della storia del cinema.
Ma ci sembra quasi indecoroso continuare ad aggiungere parole perché forse certe immagini neanche se lo meritano un commento, e non tanto perché parlino da sole, quanto per l’incapacità che ci porteremmo comunque sempre dietro, qualsiasi cosa ci inventassimo, di non poter mai arrivare a restituire loro un briciolo dell’ immensità e dell’amore che han donato a noi.
Non esisteva nemmeno l’ Oscar per miglior film straniero, non esisteva no, e l’ hanno inventato per recapitarlo nelle mani di Vittorio De Sica. Gli americani comprarono pure i diritti per solo 4000 dollari guadagnandone un milione. Non esisteva nemmeno che qualcuno gridasse in questo Paese appena uscito dalla guerra, che l’ orrore non era finito, anzi, forse era iniziato. E 63 anni or sono se è possibile continua vergognosamente a colorare di nero questa pellicola e a renderla di un’attualità maledetta e sconcertante.
Se fossimo così ingenui da pensare che basterebbe Sciuscià a dare una mano ai tanti bambini mandati al massacro ogni giorni in ogni parte del pianeta, beh, ci preoccuperemmo personalmente di farne pervenire una copia a certi signori.
Eppure sappiamo che la speranza è tutta lì, negli occhi della piccola Nannarella, la sorellina di Giuseppe che gli lancia il suo ultimo sguardo mentre la camionetta se lo porta via, e piazza Campitelli deserta e contristata per l’occasione, Roma intera, guarda insieme a lei cosa sono stati capaci di fare.
Non è storia del cinema, non è un film.
E’ un documento, è storia dell’ umanità.
Prendiamocene più cura se un giorno vorremo guardare in faccia i nostri figli senza vergognarci.

Sunday, March 25, 2007

Million dollar baby

Sono riuscito finalmente a vedere questo 'Million dollar baby', di cui avevo tanto sentito parlare senza conoscerne minimamente il contenuto. Per qualche motivo credevo fosse una puttanata. Non so perchè, ma il titolo non mi ispirava e visto il protagonista (Clint Eastwood) pensavo fosse la solita americanata. Mai conclusioni furono più sbagliate! E' un film bellissimo. Eastwood (che fino ad oggi associavo inconsciamente alla figura di 'Gunny' Highway) recita in un ruolo in cui non lo avrei immaginato. Quello del vecchio. Combattente magari, ma vecchio. E piegato dalla vita, alla fine. Un vero 'filmone' di quelli che lasciano coi lucciconi agli occhi ed a cui non poteva non partecipare anche l'immortale Morgan Freeman, sempre protagonista di interpretazioni a dir poco eccezionali. Non sbaglia mai una virgola Morgan Freeman. Persino la voce che lo doppia in italiano è perfetta. Sembra impossibile che parli in inglese in realtà. Arrivo a dire che forse non è un caso che la riproduzione esposta al museo delle cere di Madame Tussaud sia una statua vivente, di fronte alla quale si rimane a bocca aperta, aspettando che parli.


Il film parla di boxe, ma questo sport è solo lo sfondo. Il tema vero, così come il succo di tutta l'opera secondo me, si concentra nei trenta minuti finali, ed è l'eutanasia. La privazione della sofferenza anche quando questa interessa persone care o, come in questo caso, necessarie...indispensabili. E ci sono tutti gli ingredianti. Vengono affrontati tutti gli aspetti. C'è la sofferenza della persona malata (nel film una splendida Hilary Swank), c'è il tormento di chi deve affrontare la materialità di una soppressione voluta e, forse proprio per questo, doppiamente dolorosa. C'è l'ottuso e menefreghista diniego del clero così come il basso interesse economico di parenti e legali al seguito. E poi c'è lui, Freeman appunto. L'osservatore, il narratore. Dietro le quinte ed in prima linea al tempo stesso. Rassegnato ma fino a un certo punto, pronto a rinfilarsi i guantoni se serve, ma impotente di fronte a ciò che non puoi prendere a pugni.



Eastwood non è solo attore, è anche produttore, regista ed autore delle musiche. Praticamente ha fatto quasi tutto da solo. E direi che l'ha fatto proprio bene!