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Thursday, February 28, 2008

De Rerum Burocraticorum


Tempo fa, quando ancora abitavo a Roma, mi svegliai una mattina con un mal di schiena feroce. Non riuscivo nemmeno a scendere dal letto tanto era forte. Non ero nuovo a quel genere di problemi. Ma quella volta mi preoccupai perche’ i sintomi erano davvero pesanti. Percio’ mi decisi ad andare al pronto soccorso. Lo scenario era il solito degli ospedali pubblici italiani ovviamente. Muri scrostati, tempi d’attesa anche lunghi e via dicendo. Pero’, quando venne il mio turno, il medico che mi prese in consegna mi ascolto’ con attenzione, mi fece duemila domande riguardo alla mia anamnesi, mi fece ECG e prese anche la pressione e dopo mi mando’ in radiologia a fare due lastre per assiurarsi che la colonna vertebrale non avesse problemi o lesioni. Un servizio coi fiocchi in verita’. Solo dopo aver espletato questa ‘emergenza’, ricordo che mi venne chiesto di compilare un foglio dove mi si chiedeva il nome del medico curante, il tipo di lavoro ed altre cose del genere. Un bel servizio devo dire, e ricordo che lasciai il PS pensando che tutto sommato forse alcune delle cose che si sentono dire sulla sanita’ italiana non sono poi vere.

Da tre, quattro giorni a questa parte, mi si e’ ripresentato un problema simile. Con l’aggravante di una infiammazione feroce estesa al nervo del braccio, che rende dolorante non solo il braccio ma anche la spalla. Non sono il tipo che ricorre sempre al medico, questo va detto. Conoscendo i miei ‘acciacchi’, ho ormai imparato come ‘aggiustarmi’ e non ho mai avuto problemi. Pero’, anche stavolta, i sintomi erano tali da spingermi a cercare l’opinione di un dottore. E cosi’ mi sono recato nuovamente al PS, ovvero all’ER, l’emergency room del policlinico universitario di Cambridge. Il famigerato Addenbrooke’s hospital. Come sono entrato, ho notato muri e pavimenti pulitissimi, schermi LCD ovunque, per informare i pazienti quanto fa male fumare, strisce gialle per terra per dirti come, dove e quando andare. Arrivo alla reception e mi danno 3 moduli da compilare. Tra i vari campi da riempire, quello del ‘GP’, ovvero il medico curante. Mi avvicino al desk e dico che non ne ho uno. Se avessi puntato una pistola alla tempia dell’impiegata avrei suscitato meno scalpore. Mezz’ora di pistolotto su quanto e’ importante avere un GP. Io nel frattempo vedevo le stelle dal dolore. Faccio di si con la testa mentre la tipa mi indottrina e nel mentre continuo a riempire i documenti, specificando, nel campo apposito, la mia allergia per l’aspirina. Finito il pistolotto vengo messo in attesa ed aspetto il mio turno. Dopo 10 minuti, due infermiere mi chiamano ed io inizio a descrivere i sintomi mentre loro prendono nota. Mi chiedono se ho intolleranze particolari per qualche farmaco, ed io specifico di nuovo ‘aspirin’. Poi mi informano che la normale procedura vorrebbe che prima del ER io passassi una visita dal GP. A me cominciano a saltare i nervi. Finito con loro, mi siedo ed aspetto di essere ammesso in box visite. Arriva il mio turno ed una infermierina mi fa accomodare, mi passa un camice e mi dice di spogliarmi, poi procede ad ECG e pressione, salvo poi chiedermi se ho qualche tipo di intolleranza da farmaci. Porta tutti i dati ad un medico che vedo dopo venti minuti di permanenza sul lettino, quando ormai mi staccherei il braccio a morsi. Un pakistano probabilmente, che arriva con stetoscopio a tracolla ed inizia ad auscultarmi il torace mentre respiro. Io dentro di me mi domando perche’, visto che ho male ad una spalla. Poi penso che anche gli infartuati alle volte avvertono dolore al braccio durante l’infarto. Finito di auscultare il tipo mi guarda e mi dice “ora le prescrivo un antiinfiammatorio, ma non si preoccupi. Non so cosa lei abbia...ma non e’ il cuore”. Io lo guardo sbalordito mentre scrive la ricetta su di un foglio. Mi passa la ricetta, mi fa 10 minuti di pistolotto su quanto e’ importante avere un GP e poi fugge via. Io prendo la ricetta e leggo...’aspirin’. Gli sono corso dietro scalzo e a torso nudo per tutta l’ER. L’avrei preso volentieri per il collo ma mi trattengo e gli faccio notare che piu’ volte ho avuto modo di precisare la mia intolleranza a tale medicina. Lui cambia la prescrizione e mi volta le spalle. Procedo verso la farmacia dell’ospedale dove prendono la ricetta e mi danno venti minuti di attesa prima di poter ritirare le pillole. Quando arriva il mio turno, prendo l’antiinfiammatorio e faccio per andarmene, ma la farmacista mi trattiene. Prende un modulo, inizia a riempirlo coi miei dati ed alla fine mi chiede “lei e’ allergico a qualche farmaco?”. Me ne sono andato senza rispondere.

Cosa e’ lecito pensare in questi casi l’ho gia’ specificato qualche post fa.

Tuesday, February 19, 2008

Otto minuti

Succede che vivendo in un paese straniero, spesso e volentieri si è fatti oggetto di tutta una serie di luoghi comuni che riguardano gli italiani. Alcuni anche piacevoli, per carità, specialmente nei paesi anglosassoni dove, come tutti sanno, ‘italians do it better’. Altri però decisamente fastidiosi. Tra i tanti, quello degli italiani come persone inaffidabili, che arrivano sempre tardi, che non rispettano gli appuntamenti e via dicendo. Che sarà anche vero per carità. Ma in Italia però, chè qui gli italiani si riconoscono dallo sguardo ansioso che hanno la mattina alla fermata dell’autobus, dove stazionano ad ore antelucane per essere sicuri di arrivare in tempo all’appuntamento che hanno magari nel pomeriggio, in modo da non aderire allo stereotipo e sperando che, prima o poi, questi inglesi cambino idea.

Quando ho cominciato a lavorare qui, i primi mesi abitavo a qualcosa come 50 km dal posto di lavoro. Un treno, due autobus ed un’ora e mezzo di viaggio per arrivare in tempo ad appuntamenti, riunioni, seminari, sempre ed invariabilmente tenuti ad orari, quelli si, assurdi per un italiano. Cose tipo le sette e mezza del mattino per capirci. E capitò anche a me, una volta, di arrivare in ritardo ad una banale riunione di laboratorio. Otto minuti di ritardo. Otto minuti, e da quel giorno non passa occasione che la gente, i miei colleghi, non mi guardino sorpresi vedendomi arrivare magari con cinque minuti di anticipo. Non passa occasione che non manifestino tutta la loro paternalistica e fastidiosissima approvazione con sorrisetti compiaciuti, annuendo o asserendo dichiaratamente che ‘però, non male per un italiano’. C’è di peggio, siamo d’accordo, anche se, dopo quasi cinque anni, tutti i più genuini istinti omicidi che un uomo possa sviluppare, sono maturi e rigogliosi. E rischiano anche di diventare operativi. Specialmente quando, nell’affannarti per arrivare con almeno mezz’ora di anticipo all’ennesimo appuntamento ‘notturno’, entri in istituto e non ci trovi nessuno. Ed inizi a girarti dei film spaventosi. ‘Magari hanno cominciato prima…magari non era alle sette e mezza, ma alle QUATTRO e mezza…magari era ieri…’. Sudori freddi. Accendi il piccì per controllare tutte le mail relative e, con un misto di sollievo ed inquietudine, vedi che sei nel posto giusto e ben prima del momento giusto, nonostante tutto. E allora? Cerchi la persona in questione ma non c’è. Ti siedi alla tua scrivania semi-disperato, anche perché nella furia che ti si è scatenata in corpo dopo il suono della sveglia ti sei depitelizzato la faccia per raderti a secco, ti sei lavato i denti col sapone da barba e non sei nemmeno riuscito a prenderti un caffè. Un impeccabile stile fantozziano in verità. Poi, dopo un’oretta che giri a vuoto per l’istituto, quando cominci a pensare di essere precipitato nella twilight zone, finalmente comincia ad arrivare qualcuno e quando arriva il tuo ‘contatto’, una donna in questo caso, ti avvicini un po’ cauto un po’ furioso e con uno sguardo gli domandi il perché ed il percome della vita sulla terra. E lei, candidamente, risponde che “l’appuntamento è stato spostato a domani. Ma non ti avevo avvertito? Davvero non l’ho spedita anche a te la mail? Strano però, l’ho spedita davvero a tutti. Aspetta che controllo”. Il controllo è superfluo ovviamente. Vuoi perché tu sai di non aver ricevuto niente, vuoi perché, ad ogni buon conto lo sa anche lei. Pertanto gli volti le spalle e ti allontani con la faccia di pietra, costellata da puntini rossi ancora freschi di lametta e pensando all’unica cosa che è lecito pensare in questi frangenti:

“mortacci tua!”