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Sunday, November 13, 2011

Coriandoli e trenini

L'Italia cambia. Anche gli italiani cambiano. Ma non necessariamente in meglio. Tempo fa, eravamo soliti liberarci dei dittatori appendendoli a testa in giù ad un paio di tubi innocenti, in mezzo a folle festeggianti, agendo noi per primi sul campo di battaglia da partigiani. Poi ci siamo inciviliti, abbiamo lasciato la guerra partigiana (nel senso dato da Ingroia a questa parola) ai magistrati, limitandoci a lanci massicci di monete da cento e cinquanta lire in testa al dittatorucolo di turno, sempre in mezzo a folle festeggianti. La magistratura è una gran cosa, ma ha dei limiti (giusti peraltro). Dipende dal potere politico per le leggi che deve far rispettare. Non essendoci più i partigiani (queli armati intendo), l'ultimo dei dittatorucoli ha affrontato il nemico su questo campo, tagliandogli le gambe con decine di leggi fatte apposta per impedirne l'opera. Fortemente sostenuto in questo da quella che avrebbe dovuto essere 'l'opposizione'. Ma arriva la crisi (pensa un pò), e il nostro dittatorucolo, rimasto schiacciato sotto una non meglio identificata Comunità Europea (a pensarci bene, in maniera grottescamente simile a quanto accaduto a Mussolini, almeno concettualmente), e sotto il mercato globale, scappa dalla porta sul retro braccato da migliaia di italiani sempre festeggianti, ma che non vogliono appenderlo a testa in giù, non vogliono lanciarli monetine (salvo qualche nostalgico che vuole provare l'ebbrezza di usare centesimi di euro come arma impropria), ma invece vogliono sventolare bandiere e fare trenini cantando 'a-e-i-o-u-y' o 'briggitte bardò bardòòòò'.
Dal 29 Aprile del 1945 al 12 Novembre del 2011, di dittatorucoli più o meno pericolosi o nocivi ne abbiamo visti, e siamo passati dal liberarcene da soli, all'affidarci alla Giustizia per il rispetto della nostra splendida Costituzione (uno dei momenti più alti della nostra Democrazia a mio avviso), al dipendere da  altri, esterni, per la nostra 'liberazione'. Il che, a mio avviso, ricorda una parabola. Ormai in fase discendente ahimè. L'unica costante in questo succedersi di eventi sembra essere il nostro scendere in piazza a festeggiare sempre e comunque, salvo poi ricominciare da capo. Ed anche in questo caso, i presupposti ci sono tutti per l'inizio di una bella Terza Repubblica, che non avrà nulla da invidiare alla Seconda, alla Prima o al ventennio. Mario Monti non è Cristo sceso in Terra. E' l'esponente italiano dei peggiori tra i cosiddetti 'Poteri Forti' (quand'anche non Occulti) non dell'Italia, nè dell'Europa, ma del Mondo intero. Goldman-Sachs, Commissione Trilaterale, gruppo Bilderberg.
Siamo scesi in piazza per festeggiare la fine del Fascismo, e ci siamo trovati presi nella morsa della peggiore partitocrazia possibile.
Siamo scesi in piazza per festeggiare la fine della peggiore partitocrazia possibile e ci siamo ritrovati alle prese con il Piano di Rinascita Nazionale.
Scendiamo in piazza adesso per festeggiare la fine del Piano di Rinascita Nazionale, e finiamo nelle mani di chi persegue il Nuovo Ordine Mondiale.
Mica Amnesty International...
E ancora, una volta festeggiavamo in nome delle pallottole che ci siamo presi per ribaltare una dittatura.
Poi abbiamo festeggiato in nome della rivincita della Giustizia (e della Costituzione) sulla corruzione.
Adesso che cazzo festeggiamo a fare? Ci siamo tolti Berlusconi dai coglioni, ok. Una bella cosa. Ma non siamo stati noi a cacciarlo. Non sono stati gli Indignati, nè le donne del movimento 'Se non ora quando', nè, purtroppo, i magistrati e nemmeno chi ha avuto il coraggio di scendere in piazza armato, ma non l'intelligenza di saper individuare dove colpire, credendo che aggredire un carabiniere o la vetrina di una banca sia 'Rivoluzione'. Sono stati i mercati a cacciare Berlusconi. E guarda caso dei mercati globali Mario Monti è espressione diretta. 
Non è che io mi auguri che il peggio si avveri. Bisognerà valutare l'operato di Monti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Di sicuro però, bisognerebbe tenere gli occhi più aperti, indulgere meno ai coriandoli ed ai trenini e ricordare sempre che questa che consideriamo come la nostra vittoria più grande, come popolo italiano, è in realtà la nostra sconfitta più umiliante.

Monday, December 28, 2009

Non è un paese per esseri umani


Ricevo e volentieri pubblico lo sfogo di un'altra comunista psicolabile che semina odio a destra e a manca.

Sto per scrivere delle ovvietà, lo so. Ma a quanto pare queste ovvietà sono diventate lo status quo di un sistema che cerca di tenerci a bada con la rassegnazione, con l accettazione superficiale, con quel tipico atteggiamento del "vabbè aspettiamo che finisca il disagio e dimentichiamolo".
Tu credi che esista un limite, o almeno ci speri; un limite che permetta a un essere umano prima che a un cittadino contribuente, di poter essere fiero del nome che porta, della sua nazionalità, del fatto che vive nel "suo Paese". E invece no, invece devi fare i conti con uno Stato che se ne cade a pezzi, con una democrazia che langue, con la classe ministeriale più squallida del mondo, con la burocrazia più meschina, con gli "impiegati" comunali, statali e parastatali piu stronzi del mondo e chi più ne ha più ne metta.
Sono fermamente convinta che lo stato di salute di un Paese si rifletta nei suoi trasporti pubblici.
La vita di quella cosa sfigatissima che si chiama Intercity è stata ulteriormente danneggiata da quando hanno messo questa cosa altrettanto sfigata dell' Alta Velocità (e già, perchè in un paese a pezzi introduci "frecce d argento" che ti costano quanto un trapianto di rene, quando poi a veder bene, esse servono semplicemente a nascondere l'inefficienza del sistema ferroviario chè se i treni andassero come dovrebbero non farebbe tanto rumore sta benedetta altissima e costosissima velocità). E come al solito, per non pagare 47 euro di Eurostar in seconda (!!) per farmi 250 km - che se solo avessi una macchina ci metterei 2 ore - spendo i miei bei 22 euro e 50 per un posto di fortuna sull Intercity delle 18: 27 proveniente dal profondo nord, consapevole che col caldo di ieri i disagi di gelo e neve nn avrebbero intaccato la corsa del trenino della felicità se non per qualche mezz'ora di ritardo endemico.
E infatti, "solo" mezz'ora di ritardo e ti passa la paura. Arriviamo a napoli alle 21:30 invece che alle nove (facendo mezzo viaggio senza luce, ma chissenefrega,no? anzi, meglio, concilia il sonno), ma ormai quella stazione di Salerno, fine corsa del treno, è vicina, sopportiamo.
Ripartiamo alle 21:45 circa da Napoli già con i cappotti alla mano, quando qualcosa comincia a far presagire il peggio. Il treno (in piena campagna agronocerina) comincia a singhiozzare, si ferma per qualche minuto, poi fa dieci metri, poi si riferma. Si spengono le luci, e intanto sono le 22:30 e cominciamo a chiederci che accade. Da notare che il treno a Napoli si svuota quasi completamente e siamo sempre in pochi sfigati a rimanere su per scendere a Salerno, dunque già questo basta agli occhi della gloriosa azienda Trenitalia per privarci di qualsiasi dignità (della serie: tanto al massimo se dobbiamo rimborsare l'intero biglietto, lo rimborsiamo a 4 gatti che ce frega?).
Certi che fosse solo un problema di precedenze e semafori, eravamo già praticamente in corridoio con le valigie in fila per scendere, quando il treno si ferma completamente 50 metri dopo l'inizio della galleria tra Nocera e Salerno (una furbata pazzesca fermarsi all'imbocco di una galleria rendendo impossibili le comunicazioni col resto del mondo). Si spengono le luci, si spegne il motore, buio totale, silenzio totale.
Il treno si è rotto. Deduzioni. Congetture. L'intercity su cui dieci minuti prima c'era stata la ressa totale è diventato un treno fantasma. Un vascello fantasma. Non una voce dall'altoparlante, non un uomo vestito con la giacca di Trenitalia, non un segno di vita oltre ai pochi passeggeri. Mi risiedo, aspetto preoccupata, ci diranno qualcosa diamine, ci diranno qualcosa, devono. Non ci lasceranno certo cosi, siamo a dieci minuti da Salerno, sarà una cosa momentanea.
Ma non c'è nessuno! Il silenzio continua, l'immobilità del treno pure, si alzano nel silenzo le congetture degli altri passeggeri, (gente che veniva da Imperia e che era su quel treno da una giornata, tra cui una splendida bimba che ha dato una lezione di pazienza a tutti), mi siedo al mio posto, mi abbraccio la croce, aspetto una voce dall'alto, pure mezza parola, ma niente, non c'è un cazzo di capotreno che si degni di dirci perchè siamo fermi e al buio nella galleria prima di Salerno, a pochi minuti dalla nostra destinazione!!
Inizia lo sconcerto più totale, ci stringiamo a coorte, noi, gli sfigati destinati a Salerno, volano sfoghi sacrosanti, disagi, di tutto di più, quando solo verso le 23:30 si ode una voce: "Il treno è fermo per un guasto al locomotore, si risolverà appena possibile".
Peccato che veniamo a sapere da voci di corridoio che a salerno non ci sono locomotive trainanti e la nostra deve arrivare da Napoli.
Bene, il tutto per la modica attesa di un'ora. A mezzanotte passata ci scambiamo gli auguri di Natale uniti a bestemmie di una certa consistenza e sentiamo che si muove qualcosa sotto i nostri piedi.
Il locomotore è arrivato, ma ce la fa a stento a trainarci. Completamente senza parole, sgomenti, vediamo arrivare un uomo con una giacca Trenitalia che ha anche il coraggio di avvicinarsi alle carrozze dicendo: "Sono venuto a darvi le informazioni personalmente". Peccato che nessuno abbia la forza di aggredirlo, ci hanno sfinito, siamo esausti, solo un signore con prole prova ad alzare la voce e la risposta è "Io sono qua con voi, io non c'entro niente", e alla signora che si sente male per la claustrofobia risponde: "EEE SIGNORA! Ma che volete da me? Che vi posso fare? Non possiamo mica aprire le porte in galleria!"
Dopo un accenno di tafferuglio abortito dall'idea che stavamo passando le prime ore della vigilia di Natale bloccati senza via d'uscita in una merdosa galleria dell agronocerinosarnese, il treno si muove e sembra che proceda, piano ma proceda.
La morale è che l' Intercity 511 ha impiegato 8 ore per coprire una distanza di 250 km, fermandosi per un guasto che poteva essere previsto ed evitato già alla stazione di Napoli.
La morale è che quando siamo scesi da quel treno volevamo solo abbracciare chi pazientemente ci ha aspettato per tutte queste ore e non avevamo la forza di sporgere denuncia a quelli della PolFer che oltretutto ci hanno riso in faccia e bivaccavano sulla banchina della stazione.
La morale è che ancora una volta Trenitalia ha fottuto e rubato i soldi a chi paga un biglietto x tornare a casa, ancora una volta Trenitalia non ha informato, ancora una volta se ne è lavata le mani di andare a verificare se i suoi passeggeri (e non parlo per me, ma per quelli che non vedevano un gabinetto decente e un pò d acqua dal mattino presto!!!) avevano bisogno di qualcosa, ancora una volta abbiamo permesso che un capotreno si prendesse pure gioco di noi, "venendoci ad informare" esattamente a 20 minuti dall arrivo dopo 3 ore di silenzio assoluto, ancora una volta abbiamo permesso che tutto questo avvenga ogni giorno indisturbato, ancora una volta, ebbene sì, siamo stati considerati bestie in un Paese del cavolo, governato da gente del cavolo, su treni del cavolo, che ci succhia soldi a morire, e ruba tempo e salute alla nostra dignità di passeggeri, di cittadini, di Uomini.
So che non servirà a niente, ma ho intenzione di sporgere denuncia a Trenitalia, scriverò un "rapporto" dettagliato di tutto ciò che ho visto e sentito su questo treno e sull' idiozia totale, sulla mancanza di buonsenso, sull'inerzia, sull'inefficienza a cui ho assistito la notte della vigilia di Natale in un Paese che sta per sedersi a tavola, per abbuffarsi e per brindare a cosa poi non so.
Lo farò per quella bambina che veniva da Imperia e che non ha versato neanche una lacrima.
Lo farò per lei, perchè non merita di aver vissuto tutto questo, non merita di abituarsi a una cosa del genere, non merita di rassegnarsi e di crescere nel Paese dell'impunità, dove ci preoccupiamo che i capi di governo prendano colpi in faccia, ma ci dimentichiamo di quanti ne ricevono i nostri, i vostri Figli.
Buon Natale a tutti

Elena Catozzi

Tuesday, June 30, 2009

Pillola rossa o pillola blu?

"Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi"


"Welcome to the real world"

Tuesday, February 10, 2009

Italiani brava gente

Com'era prevedibile, in molti hanno imbracciato gli unti striscioni del bigottismo e dell'ipocrisia per salutare la morte di una ragazza ormai liberata dalla propria non vita. In molti si sono stracciati le vesti, hanno gridato all'assassinio, hanno puntato il dito contro chi ha sostenuto il diritto all'autodeterminazione. Hanno volutamente travisato la lotta sacrosanta portata avanti da chi crede che ad ognuno dovrebbe essere riservato tale diritto. Il diritto di scegliere di non soffrire. Me lo aspettavo. Ce lo aspettavamo tutti. Ma oggi la rabbia verso questo genere di persone viene meno. E' offuscata da un qualcosa che ho letto sul sito del Corriere. Qualcosa di terribile.

Questo, cari miei, dovrebbe davvero preoccuparci. Altro che i blateramenti insulsi di cardinali e politici.

Sunday, October 26, 2008

La persistenza della memoria inopportuna

Il cervello umano è veramente un organo meraviglioso. La memoria, la capacità di modificare la struttura del cervello in risposta all'esperienza, per codificare in maniera stabile ciò che rappresenta il nostro vivere quotidiano. E la possibilità di usufruire di quel lato 'romantico' del nostro essere, paura, amore o, in altre parole, l'emozione, per promuovere la formazione di quelle memorie relative ad eventi importanti, significativi (per noi) e di trascurare invece quelle relative a fatti insignificanti, permettendo al cervello stesso di ottimizzare la resa 'adattativa', ovvero di non sprecare energie per ricordare eventi futili. Ma c'è un risvolto della medaglia però. Alle volte il cervello preferisce dimenticare. Un meccanismo di autodifesa inconscio, che permette di sotterrare tra le pieghe del nostro essere, memorie troppo dolorose o traumatiche. La rimozione. L'oblio.
Me ne stavo bel bello, stamattina, a leggere il sito del Corriere, quando incappo in questo articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. E' bastato il titolo. Quelle parole sono state come una mano violentatrice che si è tuffata tra le circonvoluzioni della mia mente strappando, lacerando e, alla fine, riportando in superficie qualcosa che con tutte le mie forze avevo cercato di rimuovere dalla mia memoria quando sono emigrato quassù. E tutte le considerazioni che facevo cinque anni fà, su quanta fatica mi è costato prendere una laurea (una vera, fatta di corsi, esami, trentesimi e via dicendo), fare due anni di internato come tesista per poter presentare un lavoro sperimentale, altri due di tirocinio gratuito, poi tre di dottorato per avere finalmente il titolo di 'Dr', che tutti mi riconoscono e per il quale, persino nella prima università del mondo, tutti mi rispettano. Tutte queste cose hanno ricominciato ad ardere dolorosamente all'interno di una consapevolezza. Quella dello scempio che è stato fatto, dal '97 ad oggi, della formazione universitaria in Italia. Quella della meschinità di persone inette, ignoranti, idiote (queste sono le vere tre 'i' del neoliberismo italiano!) che da questo stato di cose attingono a piene mani per portarsi a casa in pochi mesi un titolo di 'Dr', identico al mio in termini di legge, ma vuoto di ogni significato per il modo in cui è stato ottenuto. Una ferita dolorosa, che diventa insopportabile al pensiero che di tutto ciò, pagano lo scotto anche quelle persone che ambirebbero ad una formazione vera, che sarebbero disposti ai miei stessi sacrifici pur di raggiungere quel livello di preparazione che, in passato, ci è valso l'ammirazione di tanti popoli diversi. Perchè si trovano ingabbiati in un sistema universitario misero. Perchè si trovano a dover competere, sul piano lavorativo, con persone di nessuna conoscenza ma ai quali il 'pezzo di carta', come lo chiamano Stella e Rizzo, conferisce pari dignità legale, mentre invece il modo in cui l'hanno ottenuto conferisce loro maggior dignità clientelare.
Solo una cosa mi conforta. E cioè che, al di fuori dell'Italia, questo stato di cose comincia ad essere riconosciuto. Università, centri di ricerca, laboratori, cominciano ad avere adeguati anticorpi contro questo esercito di cialtroni che, dopo aver smerdato il proprio paese, pretendono di andare a smerdarne altri. Ne ho visti un paio anche qui. E quando li ho visti, il mio ego complottista si è risvegliato ed ha detto "Cazzo, mi stanno inseguendo!!!". Ma sono durati poco. Un paio di mesi. Poi sono stati messi alla porta.
Il rischio a questo punto è che fuori quella porta attacchino un cartello con su scritto 'vietato l'ingresso agli italiani'. Ma come dargli torto?

Saturday, May 03, 2008

Del bue inglese e dell'asino italiano

Noi italiani siamo ‘piccola gente’. Ci piace andare a curiosare nelle dichiarazioni dei redditi del vicino di casa e pertanto siamo ‘piccola gente’. E ci piace farlo per trovare il modo, anche noi come lui, di girare in Ferrari dichiarando 4000 euri l'anno. Pertanto siamo ‘piccola gente’. È questa l’illuminata conclusione del Guardian di ieri. Visco decide di far sapere a tutti quanto pagano di tasse gli italiani. Qualcuno si incazza e qualcun altro no e, in linea di massima, chi s’incazza ha un imponibile in media superiore ai 500.000 euri. Questo probabilmente significa qualcosa, ma il punto è un altro. Il punto è che la definizione di ‘piccola gente’ a cui piace curiosare negli affari altrui arriva da un giornale a cui, evidentemente, piace fare altrettanto. Oltretutto un giornale di un paese dove centinaia di migliaia, se non milioni, di ‘piccole persone’ spendono quotidianamente milioni per sapere di che colore sono le mutande di Victoria Beckham, se Paul McCartney è andato normalmente di corpo o se il principino di turno si fa o meno le pippe. Gli scaffali dei newsagents inglesi traboccano di tabloids in cui si contano i peli del culo a tutti. Tabloids che annoverano nella propria storia editoriale, picchi di vendite assurdi in occasione di eventi storici come il video casalingo di Pamela Anderson o le foto di Paris Hilton che esce dalla toilette di un locale notturno con un pezzo di carta igienica attaccato alla minigonna. Ora, mi si pone un problema personale. Ieri stavo appunto scorrendo questa famigerata lista di nomi di contribuenti italiani ed anch’io ero incuriosito nell’incontrare, lungo questa lista, i nomi di personaggi famosi o, semplicemente, di persone che conosco. Stante questa sincera curiosità però, di sapere che Emma Watson è andata a festeggiare il proprio compleanno senza mutande continua a non fregarmene un cazzo. Pertanto il problema che mi si pone è il seguente: se io sono ‘piccola gente’ perché mi incuriosisce sapere quanto guadagna questo mio benedetto vicino di casa, i lettori inglesi, che cosa sono? Cos’è che fa la differenza? Che cosa è informazione e cosa è pettegolezzo? Sapere che Beppe Grillo guadagna più di 4 milioni di euri l’anno ha scandalizzato tante persone perché in Italia essere ricchi è sinonimo non di capacità dell’individuo, ma di illecite furbizie. Se poi la persona in questione è un ‘predicatore’ come Grillo allora ancora peggio. Ma se la gente italiana ha sviluppato questo sillogismo non è certo per pochezza congenita. È perché di vicini di casa che girano in Ferrari e non dichiarano un cazzo ce ne sono fin troppi. E, fino a prova contraria, comprarsi il macchinone con soldi evasi al fisco significa comprarselo anche coi soldi miei. L’atteggiamento degli italiani io lo spiego così. Quello degli inglesi, caro Guardian, rimane ancora da spiegare.

Sunday, April 27, 2008

La Resistenza Scomoda

“La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica italiana”.

Lo dice Wikipedia, il portale secchione. E se lo dice lei, bisognerebbe crederci.

Il 25 aprile è passato. È arrivato in sordina subito dopo le elezioni che hanno visto trionfare di nuovo il centrodestra e se l’è filata subito, lasciandosi dietro un quadro a dir poco desolante. Berlusconi non lo festeggia. Per lui è una giornata di lutto probabilmente. Per Selva, il ladro di ambulanze, andrebbe abolito come festività, perché è una roba retorica che non dice tutto sulla verità della resistenza e mente attribuendola ai partigiani. Per Grillo, è un altro vaffanculo day, in cui si grida e si firma per un’informazione libera. Ma il meglio viene dall’Unità. Dal giornale della…sinistra? Centro-sinistra? Centro? Non si capisce più tanto bene. Per questo giornale, il V-day organizzato da Grillo è un’apoteosi del qualunquismo. Grillo sarebbe ormai un politico come Berlusconi. I numeri della manifestazione sarebbero stati falsati e da quelle piazze non sarebbe arrivato nulla se non demagogia tendente al “cattivo gusto”, raggiunto quando lo stesso Grillo paragona i movimenti che da lui, in qualche maniera, sono originati, ai nuovi partigiani. Però, nonostante tutto questo, le cause prime delle lotte dei grillini sarebbero sacrosante. In altre parole, secondo questo giornale, va bene parlare di libertà d’informazione, va bene parlare di riforme, e va anche bene farlo il 25 aprile. Però bisogna farlo come dice l’Unità e, soprattuttissimamente, sotto l’ala materna e rassicurante dell’anatra piddì.

Come l’articolo compare sul sito, migliaia di grillini lo bombardano di mail infuriate in cui rivendicano il perché della propria partecipazione e, alcuni molto cordialmente, spedendo il proprio ‘vaffanculo’ direttamente nella casella di posta dello storico giornale.

Il giornalista in questione (presumibilmente G. Visone), per tutta risposta pubblica un ‘summary’ di tutte le mail arrivate, con tanto di nome e cognome dei mittenti, che si conclude con le storiche parole “…forse i grillini dimenticano che senza il finanziamento pubblico, senza gli introiti, resterebbero in vita davvero solo i giornali ‘al servizio dei potenti’. E per i movimenti come il loro, non resterebbe nemmeno più lo spazio dedicato alle critiche”.

Ne dubito. Grillo da sempre trova molto più spazio sulla stampa internazionale che non su quella italiana. Inoltre la sua forza è notoriamente la rete. Come che sia però, forse il giornalista avrebbe fatto bene a spendere due righe in più per tentare di spiegare, di argomentare la differenza che passa tra un giornale ‘dei potenti’ ed il suo. A me, sinceramente, ora come ora questa differenza sfugge del tutto. E l’unica conclusione che riesco a trarre da tutto ciò è che forse ha ragione Selva. Il 25 aprile andrebbe abolito. Ma non perché retorico o falso. Semplicemente perché ormai è diventato scomodo anche per la cosiddetta sinistra italiana.

La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica italiana perché ad essa presero parte, militarmente e/o politicamente, persone appartenenti a correnti politiche e di pensiero diverse che elaborarono la Costituzione. Socialisti, Comunisti, Anarchici e Democristiani. E l’impronta della costituzione è quella ben nota dell’anti-fascismo. Non si sono cercati dialoghi. Non c’è stato bisogno di inciuci e larghe intese. Ma un desiderio antico di libertà. Libertà vere. Di sapere, di parlare, di lavorare. Il coraggio di imbracciare un fucile a difesa di valori allora ritenuti sacri ed irrinunciabili. L’unico momento in cui gli italiani sono esistiti come popolo. Chi avrebbe il coraggio, oggi, di confrontarsi con quelle persone, se non ipocritamente?

Lo diceva Pasolini nei suoi ‘Scritti Corsari’: il fascismo, nonostante tutto, non è riuscito a scalfire l’identità degli italiani. Ma, laddove fallì Mussolini, è riuscita la televisione, la massificazione. Risultato, oggi esistiamo come popolo solo durante le finali dei mondiali di calcio. E di tutto questo, temo, Berlusconi, Selva, l’Unità e persino Grillo, fanno ampiamente parte.


Tuesday, February 19, 2008

Otto minuti

Succede che vivendo in un paese straniero, spesso e volentieri si è fatti oggetto di tutta una serie di luoghi comuni che riguardano gli italiani. Alcuni anche piacevoli, per carità, specialmente nei paesi anglosassoni dove, come tutti sanno, ‘italians do it better’. Altri però decisamente fastidiosi. Tra i tanti, quello degli italiani come persone inaffidabili, che arrivano sempre tardi, che non rispettano gli appuntamenti e via dicendo. Che sarà anche vero per carità. Ma in Italia però, chè qui gli italiani si riconoscono dallo sguardo ansioso che hanno la mattina alla fermata dell’autobus, dove stazionano ad ore antelucane per essere sicuri di arrivare in tempo all’appuntamento che hanno magari nel pomeriggio, in modo da non aderire allo stereotipo e sperando che, prima o poi, questi inglesi cambino idea.

Quando ho cominciato a lavorare qui, i primi mesi abitavo a qualcosa come 50 km dal posto di lavoro. Un treno, due autobus ed un’ora e mezzo di viaggio per arrivare in tempo ad appuntamenti, riunioni, seminari, sempre ed invariabilmente tenuti ad orari, quelli si, assurdi per un italiano. Cose tipo le sette e mezza del mattino per capirci. E capitò anche a me, una volta, di arrivare in ritardo ad una banale riunione di laboratorio. Otto minuti di ritardo. Otto minuti, e da quel giorno non passa occasione che la gente, i miei colleghi, non mi guardino sorpresi vedendomi arrivare magari con cinque minuti di anticipo. Non passa occasione che non manifestino tutta la loro paternalistica e fastidiosissima approvazione con sorrisetti compiaciuti, annuendo o asserendo dichiaratamente che ‘però, non male per un italiano’. C’è di peggio, siamo d’accordo, anche se, dopo quasi cinque anni, tutti i più genuini istinti omicidi che un uomo possa sviluppare, sono maturi e rigogliosi. E rischiano anche di diventare operativi. Specialmente quando, nell’affannarti per arrivare con almeno mezz’ora di anticipo all’ennesimo appuntamento ‘notturno’, entri in istituto e non ci trovi nessuno. Ed inizi a girarti dei film spaventosi. ‘Magari hanno cominciato prima…magari non era alle sette e mezza, ma alle QUATTRO e mezza…magari era ieri…’. Sudori freddi. Accendi il piccì per controllare tutte le mail relative e, con un misto di sollievo ed inquietudine, vedi che sei nel posto giusto e ben prima del momento giusto, nonostante tutto. E allora? Cerchi la persona in questione ma non c’è. Ti siedi alla tua scrivania semi-disperato, anche perché nella furia che ti si è scatenata in corpo dopo il suono della sveglia ti sei depitelizzato la faccia per raderti a secco, ti sei lavato i denti col sapone da barba e non sei nemmeno riuscito a prenderti un caffè. Un impeccabile stile fantozziano in verità. Poi, dopo un’oretta che giri a vuoto per l’istituto, quando cominci a pensare di essere precipitato nella twilight zone, finalmente comincia ad arrivare qualcuno e quando arriva il tuo ‘contatto’, una donna in questo caso, ti avvicini un po’ cauto un po’ furioso e con uno sguardo gli domandi il perché ed il percome della vita sulla terra. E lei, candidamente, risponde che “l’appuntamento è stato spostato a domani. Ma non ti avevo avvertito? Davvero non l’ho spedita anche a te la mail? Strano però, l’ho spedita davvero a tutti. Aspetta che controllo”. Il controllo è superfluo ovviamente. Vuoi perché tu sai di non aver ricevuto niente, vuoi perché, ad ogni buon conto lo sa anche lei. Pertanto gli volti le spalle e ti allontani con la faccia di pietra, costellata da puntini rossi ancora freschi di lametta e pensando all’unica cosa che è lecito pensare in questi frangenti:

“mortacci tua!”