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Saturday, January 26, 2008

È inutile chiudere la stalla dopo che…

“…non partecipiamo al voto sul decreto missioni” ha detto Ferrero parlando a nome della Sinistra Unita “e chiederemo una verifica in Parlamento per quanto riguarda l'Afghanistan”. “La sinistra si è ritrovata unita perché in Consiglio dei Ministri non abbiamo partecipato al voto sulle missioni militari. Chiediamoche ci sia una verifica in Parlamento sulla missione in Afghanistan”. Dal canto suo, il PdCI “voterà contro il rinnovo della missione militare in Afghanistan. La caduta del governo Prodi, al quale non abbiamo mai negato la fiducia nemmeno su questo delicatissimo terreno, ci impone oggi di manifestare anche con il voto in Parlamento la nostra contrarietà di fondo al coinvolgimento dell'Italia nel conflitto in Afghanistan. Non c'è più alcuna garanzia che in futuro le nostre truppe conservino i limiti territoriali e di ingaggio che il governo Prodi ha garantito”

Venivamo da un periodo in cui i comunisti italiani seduti in parlamento parlavano di pace senza se e senza ma. In cui non esitarono a far cadere il primo governo Prodi proprio per mantenere, a questi riguardi, coerenza e identità politiche. E anche ideologiche. In cui abbracciavano i movimenti pacifisti e mai e poi mai avrebbero lasciate inascoltate le richieste di gruppi come i no-TAV o i no-Dal Molin. I ‘movimenti’. Erano questi alla fine la vera spina dorsale dei rappresentanti italiani di quanto discendeva dal PCI. Indipendenti, ma fonte continua di sollecitazioni positive per partiti come RC e PdCI. Sollecitazioni che aiutavano loro e noi a rimanere con la schiena dritta. Necessarie, visto che gli interlocutori che si avevano di fronte erano pur sempre l’imperialismo militare e quello economico. La democrazia da esportare in punta di missile e la Banca Mondiale. La guerra ‘preventiva’ e la globalizzazione. Facile che tremassero le gambe. Oggi quella spina dorsale non ce l’hanno più. Se la sono sfilata volontariamente per dare fiducia al governo Prodi. Per mandare a casa Berlusconi insomma. Solo che poi non l’hanno fatto. E adesso cercano di raddrizzarsi. Ma, senza vertebre, lo sforzo che fanno è patetico. Rimangono afflosciati a terra come marionette coi fili tagliati.

Tuesday, May 08, 2007

grrrrrrrrrrrrrr


Noi italiani possiamo sopportare tutto. E purtroppo lo facciamo in continuazione. Ma guai a toccarci il conto in banca. Sarà che di soldi ne girano pochi, sarà che quei pochi sono generalmente sudati di brutto. Però se ci infili le mani in tasca diventiamo delle belve. Ed è esattamente così che mi sento io adesso, nel leggere sul sito di Peacereporter, il comunicato con il quale Emergency informa dell’ennesima azione di forza intrapresa dal governo Karzai contro questa ong. Quel governo ha infatti espresso l’intenzione di requisire gli ospedali di Emergency, per stabilirvi un’altra e non meglio precisata ong (in quello di Kabul) o addirittura una struttura militare NATO in quello di Anabah (‘Provincial reconstruction team’…).
E qui, se permettete, mi incazzo! E ne avrei a milioni di motivi validi per incazzarmi, tutti più o meno legati a tutto quanto è successo ad Emergency negli ultimi mesi. Dal rapimento Mastrogiacomo a quello Hanefi. Ma invece mi incazzo da tipico Lesandro medio ed italiano. Perché quegli ospedali sono stati costruiti grazie alle nostre donazioni, ai nostri soldi. Soldi che ci siamo cavati di tasca non senza problemi ma che abbiamo benedetto dal primo all’ultimo centesimo perché avrebbero permesso ai medici, ai chirurghi, agli infermieri giù fino agli addetti alle pulizie, di fare quello che avremmo voluto fare noi, ma che non abbiamo fatto, vuoi per mancanza di conoscenze specifiche (non siamo tutti chirurghi) vuoi per mancanza di coraggio (non siamo nemmeno tutti eroi). Abbiamo fatto donazioni ben conoscendo il criterio con cui quei soldi sarebbero stati utilizzati: assistenza di qualità, a tutti e gratuita. E lo dico sinceramente, mi importerebbe fino ad un certo punto sapere che questi ospedali vengono requisiti se avessi la certezza che queste tre condizioni venissero rispettate. Al massimo lo troverei paradossale. Ma invece nessuna garanzia viene data dal governo Karzai riguardo alla professionalità del personale medico che dovrebbe operare in questi ospedali né riguardo al fatto che l’assistenza medica venga riconosciuta a tutti e non solo ai feriti ‘amici’ (politica apertamente espressa da quel governo), né che questa venga fornita gratuitamente. Anzi, veniamo informati che una di quelle strutture, quella di Anabah, potrebbe essere destinata ad uso militare.
Cari Prodi e d’Alema, non ho dato i miei soldi per contribuire alla costruzione di basi militari o di ospedali per pochi eletti. O a quel criminale di Karzai gli mettete un freno una volta per tutte oppure quei soldi me li ridate voi!!!

Friday, April 27, 2007

L'anomalia afgana

Alla fine ci sono riusciti. Dopo l’arresto di Hanefi, nel tentativo tanto disperato quanto ridicolo di voler giustificare un atteggiamento di chiara ostilità, sono arrivate nell’ordine prima le insinuazioni, poi le calunnie, poi le minacce ed infine l’intervento dei militari che il 25 aprile scorso sono entrati nell’ospedale di Emergency di Kabul ed hanno intimato al personale medico rimasto, tre italiani, un belga ed uno svizzero, la consegna dei passaporti, ovvero il preludio all’arresto. Di fronte al rifiuto del personale di consegnare i documenti, i militari, indecisi, si sono ritirati, ma tanto è bastato a far decidere a Gino Strada ed alla direzione di Emergency di abbandonare il territorio e chiudere gli ospedali. Gli ultimi pazienti sono stati dimessi, quelli ancora bisognosi di cure trasferiti nelle poche strutture ospedaliere afgane esistenti ed il personale indigeno mandato a casa con stipendio pagato fino a fine maggio. Solo la sorveglianza e gli uomini delle pulizie rimangono sul posto, per tenere le strutture pronte a riaprire in qualsiasi momento, qualora venissero soddisfatte le conditio sine qua non, per il riavvio dell’attività ospedaliera, avanzate dalla Ong: il rilascio immediato di Rahmatullah Hanefi e la spiegazione di quanto è successo alla stampa internazionale. Il governo afgano, da parte sua, se da un lato insinua, calunnia, intimidisce ed interviene militarmente, dall’altro implora per un ripensamento, sempre per bocca del suo ministro della sanità, il quale sa bene come Emergency, con i suoi centri chirurgici di Anabah, Kabul e Lashkar-gah, con il centro maternità e medicina del Panshir, con le sue 25 cliniche e posti di primo soccorso, con le sue 6 cliniche in altrettante prigioni afgane e con gli oltre 1.500.000 cittadini che dal 1999 ad oggi hanno ricevuto assistenza medica di altissimo livello GRATUITAMENTE, rappresenta la spina dorsale del servizio sanitario afgano (il tutto pagato con donazioni da privati). Travaglio direbbe che il governo Karzai ‘chiagne e fotte’ al tempo stesso, emanando proclami lacrimosi ed affettuosi che contrastano diametralmente con ciò che viene detto e fatto lontano dagli occhi della stampa internazionale.
E in Italia che succede? A parte i milioni di persone che già adesso fanno del loro meglio per riuscire ad esprimere appieno la propria maiuscola ottusità riducendo il tutto al fatto che Gino Strada è ‘comunista’ o ‘talebano’ o ‘terrorista’, succede ben poco. Il nostro governo sostiene di essere molto impegnato su questo fronte, ma per via diplomatica, ovvero in silenzio e lontano dall’opinione pubblica. Ci credo poco, se non per niente. Il ministro degli Esteri si è pronunciato pubblicamente solo quando venne paventata per Hanefi una condanna a morte. Ma per il resto, il nostro governo ha brillato per la sua assenza e per il suo disinteresse in una questione in cui una Ong italiana riconosciuta dal Ministero degli Esteri, è stata messa letteralmente sotto assedio, con uno dei suoi uomini, nell’ordine, prima arrestato, poi, con ogni probabilità, torturato ed infine accusato di collaborazionismo con i talebani per aver eseguito, su mandato del governo italiano, una operazione di mediazione nel caso del rapimento Mastrogiacomo.
“Dal 1994 a oggi, Emergency è intervenuta in 13 paesi, costruendo 7 ospedali, 4 centri di riabilitazione, 1 centro di maternità, 1 centro di cardiochirurgia, 55 tra posti di primo soccorso e centri sanitari. Su sollecitazione delle autorità locali e di altre organizzazioni, Emergency ha anche contribuito alla ristrutturazione e all'equipaggiamento di strutture sanitarie già esistenti” si legge sul sito di Emergency. Come mai proprio adesso, in Afghanistan, si verifica questa anomalia? Nessuno sembra avere abbastanza palle per dare una risposta a questa domanda. A parte Strada che sostiene “Emergency, soprattutto nel sud del paese, era percepita come una presenza scomoda. Era, anzi, l’unica presenza scomoda rimasta in zona di guerra. Il solo fatto di curare i civili vittime dei bombardamenti aerei della Nato è una cosa sgradita a chi sostiene che l’Occidente sia lì per portare democrazia e per ricostruire il paese. Non ho mai visto bombe che riscostruiscono! Tolta di mezzo Emergency, nel sud dell’Afghanistan rimangono solo soldati e spie”
Per quanto ci riguarda, per avere una risposta un po’ più ufficiale, dovremo forse aspettare il prossimo Rambo VIII, dove un ottantenne berretto verde verrà paracadutato con sedia a rotelle e catetere contro i feroci chirurghi comunisti e talebani.
E ancora una volta, chi ne fa le spese sono i civili.

Friday, March 30, 2007

Messaggio a Gino Strada

Più di 100.000 firme. Più di 100.000 persone hanno sentito il bisogno di dimostrare la propria solidarietà a Ramahtullah ed Adjamal Nashkband, il primo ostaggio dei servizi afgano-statunitensi, il secondo del mullah Dadullah. Ed a giudicare dal tasso di adesione potrebbero essere più di 500.000 per la fine della prossima settimana. Ma ci sono state delle novità importanti nel frattempo. Ramahtullah è stato trasferito nella prigione speciale di Pol-i-Charkhi. Un carcere costruito appositamente, anche con soldi italiani, per gli interrogatori dei terroristi secondo la vergognosa MCA (Military Commission Act) firmata lo scorso anno dal presidente Bush e che di fatto legalizza la tortura da parte dei servizi americani. Un modo come un altro per non doversi prendere la briga di trasportare i prigionieri fino a Guantanamo. Il manager di Emergency è stato trasferito dalla prigione di Lashkargah, la città dove risiede l'ospedale di Emergency. Dentro la prigione, la stessa Emergency ha un presidio medico, ma agli operatori di questo presidio non è mai stato concesso di visitare il proprio compagno. Ciò rappresenta una violazione di specifici accordi presi tra Emergency ed il governo afgano. Questi accordi infatti prevedevano la possibilità da parte dei medici di Emergency di visitare sempre e comunque i detenuti, senza restrizioni, al fine di monitorarne lo status medico. Questi accordi sono stati disattesi da parte del governo di Karzai e non se ne conosce il motivo. Per ciò, Gino Strada ha annunciato oggi, dalle colonne di Repubblica, che intende rivedere la posizione di Emergency in Afghanistan, in quanto il governo di quel paese non gli consente di lavorare con serenità. Per quanto i bombardamenti che nei giorni scorsi hanno interessato anche Lashkargah possano consentirlo. Una presa di posizione forte e decisa. Ed anche necessaria direi. Ma che non mi trova del tutto d'accordo, se posso permettermi di dirlo dalla mia comoda e sicura poltrona occidentale. Vorrei davvero poter far arrivare questo messaggio a Gino Strada. Di non ritirarsi. Di non cedere alla frustrazione. Troppe persone hanno bisogno di lui laggiù. Ed anche quassù, per poter continuare a pensare che un altro modo, un altro mondo, sono davvero possibili. Gli chiederei, se potessi, di perseverare nella sua battaglia per la liberazione dei suoi (e, se posso, dei nostri) compagni perchè il suo operato pacifico, più di ogni altra cosa, è riuscito ad evidenziare, a far venire a galla, tutte le contraddizioni, le ipocrisie, le falsità e la violenza di uno stato di cose in cui la legalità, il rispetto dei diritti umani più elementari, il desiderio di pace, sono i nemici pubblici numero uno. Uno stato di cose di cui fanno parte sia la NATO che il governo di Karzai e del quale spero, ma comincio a nutrire dei seri dubbi a riguardo, che il nostro di paese non faccia parte. Temo per la vita di Ramathullah e di Adjamal Nashkband. Sinceramente. E trovo grottesco, nella più innocua delle definizioni, il fatto che questi due uomini rischino la vita per mano dei rappresentanti di posizioni che dovrebbero essere diametralmente contrapposte, ma che invece si vedono riunite sotto l'insegna del sopruso e del potere punitivo. Anzi, verrebbe da dire che i talebani hanno dimostrato di saper essere molto più umani e ragionevoli di quanto non stia facendo Karzai ed il suo governo, che sembra aver assimilato tutto il peggio dei sistemi di potere occidentali, e solo quello.
Domani, a Roma, si terrà una manifestazione per la liberazione di questi due uomini. Perchè vengano riconsegnati alla loro vita. E' organizzata da Emergency ed anche Gino Strada ci sarà. Io non potrò andare. I 2100 Km che mi separano dalla capitale sono troppi per potermi muovere. Magari sfilerò da solo con la mia maglietta di Emergency per le strade di Cambridge ed a chi mi chiederà il perchè risponderò che sto sfilando per due miei amici rapiti da bande di criminali diverse. Risponderò che lo faccio per chiedere al mio governo di non coprirci nuovamente di vergogna, di dimostrare dignità ed onore almeno per una volta. Ma forse, tra chi leggerà questo post, ci sarà qualcuno che a quella manifestazione ci andrà. Se c'è, allora vorrei che tentasse di avvicinarlo Gino Strada, per dirgli "Non mollare! Troppe persone hanno bisogno di te laggiù. Ed anche quassù."

Monday, March 26, 2007

Il deserto ed il telecomando


È avvilente. Di più, è frustrante. È frustrante quello che si legge sul sito di Peacereporter ed ancor di più quello che non si legge sui giornali italiani. Durante la prigionia di Mastrogiacomo, le prime pagine dei giornali erano sempre ‘sul pezzo’ come si dice. E giustamente intendiamoci. Ma adesso che il nostro compaesano è a casa, adesso non ci sentiamo più tanto punti nel vivo se una delle persone che più di altri ha contribuito alla sua liberazione, Rahmatullah Hanefi, è sparito ormai da giorni nelle carceri di Lashkargah, dove i servizi afgani, a detta di quanti in quel carcere lavorano, lo stanno torturando ‘coi cavi elettrici’…né ce ne importa più di tanto se anche dell’autista di Mastrogiacomo, Adjmal Nashkbandi, non si sa più niente. Lo stesso Mastrogiacomo disse di averlo visto liberato insieme a lui, ma diretto verso un diverso veicolo della milizia afgana. Oggi, questo mullah Dadullah dice di averlo ancora in pugno, mentre sembra più probabile, anche stando a quanto rivelano i gruppi ROS dei Carabinieri che operano a Kabul, che anche lui sia in mano ai servizi. E non se ne parla quasi per niente. Nemmeno su un giornale come l’Unità, dove la prima pagina è al momento troppo impegnata con le follie berlusconiane sul rifinanziamento della missione o con vallettopoli. Al tiggì uno di stasera, solo per una manciata di secondi, in chiusura di giornale, ho ascoltato qualcosa a questo riguardo. Non un appello, non la voce di Strada. Giusto due parole per ribadire la prigionia del manager di Emergency. Non ci si domanda come sia possibile che un mediatore che col suo operato è riuscito a salvare una vita umana, venga imprigionato e torturato. Non ci si domanda come sia possibile che un semplice autista venga sballottato da una prigione ad un'altra con la sola colpa di essere stato sequestrato nel contesto di una guerra assurda. Tutto è passato in secondo piano. Abbiamo evitato di dover vedere le immagini di uno dei nostri decapitato davanti alle telecamere, del resto chissenefrega. È frustrante perché il nostro intervento non riesce ad andare oltre al commento passivo su qualche blog, mentre invece piacerebbe, almeno a me, di andare a prenderlo per il bavero quel Prodi lì e dirgli ‘adesso perché non riprendi a telefonare in continuazione al tuo amico Karzai?’. Alla fine dei conti due afgani contano meno del nostro italiano. E sinceramente non riesco a non pensare che in qualche modo si tenti di dimostrare al mondo che la trattativa pacifica non sempre risparmia vite. Non sempre è migliore dell’interventismo armato. Temo in questo senso per la sorte dell’autista. Nessuno mi toglie dalla mente infatti che se quest’uomo si trovasse davvero adesso di nuovo in mano ai sequestratori, è perché i servizi afgani glielo hanno riconsegnato davanti alla porta di casa, per metterci in imbarazzo. Per mettere in imbarazzo l’operato del nostro Paese. D’altro canto non mi stupirebbe di dover sentire, nei prossimi giorni, che Rahmatullah Hanefi è stato arrestato in quanto in combutta con i talebani stessi. Per essere in realtà uno di loro. Lo stesso Strada dice, sempre su Peacereporter (i giornali ‘canonici’ si tengono alla larga da affermazioni del genere), che i servizi afgani affermano che prove in questo senso, per quanto al momento assenti, possono essere ‘trovate’ (leggasi ‘fabbricate’) con facilità. Ma noi facciamo spallucce davanti a tutto questo. Ci sono le celebrazioni per il 50° dei trattati di Roma, c’è la Nina Moric da Woodcock…altro che due afgani in galera.
Feriscono le parole rilasciate da Gino Strada al termine dell’intervista con il giornalista di Peacereporter: “Per adesso quel che rimane, oltre alla gioia per la liberazione di Daniele, è l'amarezza per la morte del suo autista, la grande preoccupazione per Rahmat e Adjmal Nashkbandi, entrambi scomparsi. E l'amarezza nel constatare che non per noi, ma per altri in Italia, la sorte di due afgani, uno dei quali indispensabile alla liberazione di Daniele, non è poi così importante”. Feriscono perché sono vere! Feriscono perché sottolineano come la nostra felicità per la liberazione di Mastrogiacomo non sia dettata dall’aver evitato l’omicidio di un uomo, ma dal fatto che quell’uomo, in giacca e cravatta, un giornalista, così simile a noi, è potuto ritornare a sedere nel salotto di casa con la moglie, a cenare con la famiglia davanti alla televisione col telecomando a portata di mano, a prendere l’autobus o la macchina per andare a lavoro, a festeggiare la Pasqua con uova di cioccolato o dolci a forma di colomba. A digitare su un computer i suoi articoli, a seguire il calcio e la cronaca e via dicendo. Non da altro. Gli altri due, gli afgani, tutte queste cose non ce l’hanno. Stanno nel deserto. Non ci somigliano per niente!!! Perché preoccuparsi per loro?

Tuesday, March 20, 2007

A scoppio ritardato

Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Massimo d’Alema interviene a proposito del rinnovo della missione Unama, e rilancia l’idea di una conferenza internazionale. È da qualche giorno che lo dice. Però, a differenza da quanto era possibile ascoltare nei giorni scorsi, adesso dei talebani come interlocutori a questa conferenza non si sente più parlare. È da poco stato liberato Daniele Mastrogiacomo. Lo stesso d’Alema ne viene informato ieri mentre si trova in volo verso gli Stati Uniti. Va da se che il nostro ministro degli Esteri esordisce durante il suo intervento esprimendo soddisfazione per l’accaduto, riportando la soddisfazione di Condi Rice (che forse secondo lui dovrebbe in qualche maniera onorarci) e soprattutto ringraziando il Presidente Karzai. Un narcotrafficante, una marionetta degli USA…vabbè, però…se ci ha aiutato davvero.
Ma ci ha aiutato davvero? Gino Strada non sembra essere per niente d’accordo. Anzi. E direi che se lo dice lui ci si può credere visto che Emergency (ed anche lui in prima persona) sono stati i principali mediatori del rilascio. Sentite cosa dice dalle colonne di Peacereporter: “Il governo afgano ci ha messo i bastoni fra le ruote fin dall’inizio. Lo sa bene l’ambasciatore Sequi, che ha speso ore e ore al telefono a litigare con ministri e funzionari afgani che si rifiutavano di eseguire gli ordini di Karzai. Il quale per primo si è mostrato assai poco collaborativo, per non dir di peggio.” E ancora, parlando del rilascio dalle carceri afgane di tre dei prigionieri chiesti in riscatto di Mastrogiacomo “…l’ambasciatore Sequi si è subito messo in moto per ottenere la scarcerazione dei tre, scontrandosi nuovamente con le resistenze del governo afgano: in un momento del genere, Karzai è arrivato a dire al suo ministro della Giustizia di muoversi senza avere fretta!”. Poi però, si muove in fretta Karzai, a scoppio ritardato, dopo il rilascio del giornalista e del suo interprete (del quale adesso si è persa ogni traccia), per fare arrestare il manager di Emergency, che ha agito materialmente come mediatore, in nome di non meglio specificate misure di sicurezza. Grottesco! Per usare le stesse parole che ha usato Gino Strada per commentare il tutto.
Nel frattempo non solo si incazzano, e giustamente secondo me, i parenti dell’interprete nuovamente scomparso, per chiedere l’intervento di Karzai anche a favore del proprio congiunto e non solo quando spariscono giornalisti stranieri (ma è di nuovo Emergency che si sta muovendo in questo senso, non il governo afgano) ma anche Prodi ribadisce dal tiggì uno di aver telefonato, PER RINGRAZIARLO, al presidente afgano. Ma ringraziarlo de che?
Forse dovrei fidarmi un po’ di più del mio istinto. Narcotrafficante, marionetta degli USA e pure stronzo!

Monday, March 19, 2007

Serietà e collaborazione

Eccolo finalmente. Dopo 15 giorni di prigionia, Daniele Mastrogiacomo abbraccia un Gino Strada felicissimo per il buon esito della vicenda, in questa bella foto presa dal sito di Peacereporter. Anche il giornalista, ovviamente è felice. E, devo dire, lo sono anche io. Ma lascio a margine le emozioni in questo momento. Le lascio a chi se le merita per essersi impegnato a che Mastrogiacomo venisse liberato. Ed anche per avere uno sguardo un pò più obiettivo su quelle che sono le reazioni del mondo politico a questo avvenimento.
A palazzo Chigi, così come al Quirinale, è tutto uno stappar bottiglie. Si elogia l'operato del governo, si ringraziano tutti, maggioranza ed opposizione, per lo "sforzo serio e collaborativo di tutte le forze politiche" (Prodi) e del Sismi, della sua organizzazione "raffinata ed efficiente" (sempre Prodi). Il percorso, a dire il vero, a me sembra molto chiaro adesso. Prima il voto al rifinanziamento della missione, poi l'invocazione di un tavolo di trattative a cui siedessero anche i Talebani (proposto da Fassino nei giorni scorsi ed appoggiato da tutta la sinistra). Infine la liberazione di alcuni prigionieri (i nostri sono prigionieri...) e quindi la liberazione dell'ostaggio (i loro sono ostaggi...). Tutto è bene quel che finisce bene, verrebbe da dire, però due considerazioncine mi viene da farle lo stesso. La prima la rubo direttamente dai commenti su questa vicenda che ho letto qualche giorno fa su l'Unità. Se le nostre forze politiche, come hanno fatto in questa occasione, lavorassero in maniera altrettanto 'seria e collaborativa' sempre, probabilmente oltre a Mastrogiacomo avrebbero salvato anche molte delle 200 e più persone che sono morte per incidenti sul lavoro dall'inizio dell'anno. Se riuscisse a venir meno quello spirito aberrante per cui fare politica significa far cadere il governo in carica, o fottere l'avversario politico comunque e dovunque, forse ci sarebbero molte più occasioni di stappar bottiglie per tutti. La seconda: abbiamo trattato coi talebani. Li abbiamo invitati ad un tavolo di trattative. Abbiamo prodotto un risultato, una volta tanto, positivo in un contesto di guerra. Come conciliamo tutto ciò con la presenza dei nostri militari laggiù? Io sono convinto che, seppur travisata da un contesto di guerra che catalizza l'attenzione di tutti e distoglie da problematiche più 'nostrane' ma egualmente tragiche (come appunto quelle della sicurezza sul lavoro), sono convinto che la soddisfazione e la felicità degli italiani e dei loro governanti per la liberazione di Mastrogiacomo, siano sincere. Perchè non perseguire la stessa soddisfazione e la stessa felicità e farsi promotori di iniziative che portino il nostro Paese avanti agli altri nella reale ricerca della pace, come più volte suggerito dallo stesso Gino Strada, invece di accodarsi sempre a chi manda avanti i cacciabombardieri anche alle riunioni condominiali? Se davvero siamo capaci di tanta 'serietà e collaborazione' varrebbe la pena provarci.


Fortunatamente stavolta non c'erano americani dal grilletto facile sul percorso che ha portato Daniele Mastrogiacomo fino all'ospedale di Emergency di Lashkargah...

Sunday, March 18, 2007

la missione di pace a mano armata

Lo dicevamo in un post precedente. La presenza militare italiana in Afghanistan non è improntata al semplice ‘peacekeeping’, ma per i nostri militari è previsto anche l’intervento in azioni di guerra, in violazione della Costituzione. I nostri politici si sbracciano a più non posso per cercare di negare questo dato di fatto ed hanno votato il rifinanziamento della missione sventolando bandiere arcobaleno a tutto spiano, battendosi al tempo stesso contro ‘orrori’ come il ddl sui DICO, vero pericolo per l’umanità. Dicevamo in un post precedente come la dislocazione territoriale del nostro contingente sia tale da mettere i nostri militari nella posizione di ‘cacciatori’ che attendono al varco ovest delle montagne afgane i talebani ‘stanati’ a sud dai bombardieri americani per finirli. Ed è esattamente quello che stanno già facendo, dal 14 marzo scorso, i militari del 66º Reggimento fanteria aeromobile “Trieste” di Forlì (comandata dal capitano Matteo Luciani), gli incursori di Marina del “Comsubin” e i parà del “Col Moschin”, insieme con i militari spagnoli della 1^ Brigata Cacciatori di Montagna “Aragòn”.
La notizia è stata divulgata dal portavoce militare spagnolo il quale ha anche precisato che questa operazione durerà fino ad Aprile inoltrato. Il nostro governo ha sempre smentito l’esistenza di attività di guerra di questo tipo, poi, dopo la diffusione della notizia dalla Spagna, sono arrivate le prime conferme “a mezza bocca” da parte del sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri che ha candidamente ammesso come l’Italia sia coinvolta in “un'operazione normale, condotta secondo le regole che sono state stabilite”. Stabilite da chi? Non certo dalla nostra Costituzione, anzi. E come mai le smentite iniziali? Perché ci è stato dato di sapere cosa stanno facendo i nostri militari solo dopo che si sono sbottonati gli spagnoli?
È un atteggiamento ipocrita. E soprattutto già visto in precedenza, quando il governo d’Alema tentava di giustificare le incursioni aeree italiane in Kosovo come operazioni di ‘difesa’ dalle postazioni missilistiche serbe presenti sulla costa adriatica. E come al solito a noi non è dato sapere. Come al solito si passa il tutto sotto silenzio. Viene da chiedersi se non sia il residuo di un ultimo senso di vergogna che li costringe a tacere su queste decisioni o se sia il disprezzo nei confronti di una cittadinanza che evidentemente non può e non deve avere voce in capitolo. Forse entrambi. Siamo diventati pericolosi per i nostri governanti e lo siamo ancora di più fintanto che continueranno a giungerci notizie come quelle sul tenente colonnello Juergen Rose, che fa parte dello Stato maggiore della quarta divisione della Bundeswehr e che ha fatto ‘obiezione di coscienza’ di fronte alla decisione del governo tedesco di inviare nuove truppe in Afghanistan (5 Tornado e 500 uomini), motivando la sua scelta con la chiara incostituzionalità della decisione presa. E lo ha fatto pubblicamente, dalla televisione pubblica.
Lui è stato immediatamente ‘tacciato’ di essere un disertore. Che sarebbe successo in Italia?
Peacereporter e l’Unità sono le fonti.

Wednesday, March 07, 2007

L'oppio del popolo

Durante il mio girovagare in rete mi sono nuovamente imbattuto in una di quelle notizie che uno si aspetterebbe di ascoltare o leggere a ripetizione nei telegiornali e nei giornali nazionali, ma che invece vengono sempre taciute. Ho cominciato leggendo come alcuni parlamentari italiani abbiano proposto l’acquisto dell’oppio afgano per rifornire le case farmaceutiche che producono sostanze antidolorifiche e lasciare a bocca asciutta il narcotraffico. Leggendo qua e là, vengo a sapere che una idea del genere era stata già ‘bollata’ dall’ufficio delle Nazioni Unite in carica di questi problemi, in quanto non solo il narcotraffico paga meglio di quanto farebbero le case farmaceutiche, ma anche perché la produzione di morfina ad uso terapeutico potrebbe coprire solo meno di un terzo della produzione afgana. Per decenni i talebani hanno sovvenzionato le proprie attività militari grazie ai proventi dell’oppio. Ed allora mi sono chiesto: noi stiamo per rivotare il prolungamento della nostra missione in Afghanistan, gli USA scatenano escalation militari portentose nella loro caccia al talebano, rovesciando milioni di cluster bomblets in testa ai civili, tutti spendiamo miliardi in armamenti. Ma qualcuno che prova a tagliare le gambe ai talebani distruggendo le coltivazioni di oppio ci sarà no? Qualcuno che abbia focalizzato questo punto come un punto chiave per la risoluzione di questo conflitto…che ne so, d’Alema (scherzo èh?...), o la Rice, o magari Hamid Karzai, il presidente afgano tanto amico dell’occidente, sempre in tivvù col colbacco ed il cappotto con le maniche legate dietro la schiena. Invece di spendere miliardi di miliardi in armamenti, si innaffiano di diserbante tutti i 164mila ettari coltivati a papavero del paese e con i soldi ci si pagano i contadini, o li si aiuta in qualche altra maniera. E il talebano, così come il narcotrafficante, è bello che fottuto…no? Dunque? Il Presidente Karzai tempo fa iniziò una campagna di ‘bonifica’ spedendo una manciata di soldati e poliziotti a distruggere le coltivazioni con…bastoni e trattori!!! 164mila ettari di campi con bastoni e trattori…e contadini incazzati come bisce che ne hanno spediti al creatore già diversi. Morale, la produzione di oppio del 2006 è cresciuta del 59%, e per il 2007 si prevede un ulteriore incremento. Non mi tornano i conti. Può un uomo essere così idiota da pensare di tagliare una per una le piante di oppio di 164mila ettari di coltivazioni? Oltretutto sapendo, come sanno tutti da quelle parti, che se si taglia solo la pianta ma non si distrugge la radice, poi il papavero ri-germoglia immediatamente? Dov’è la risposta? La risposta è nei memory stick (le pennine USB che si usano come drive esterni) trafugati circa un anno fa dalla base militare USA di Bagram. Gli afgani, vuoi le donne delle pulizie o comunque personale afgano ammesso all’interno della base, si sono fregati questi drive, piccoli e facilmente nascondibili, e se li sono rivenduti nei bazaar locali, dove alcuni giornalisti del Los Angeles Times sono riusciti a ricomprarli per una ventina di dollari l’uno. Tra i tanti dati contenuti in questi drive, alcuni dei quali classificati come ‘top secret’ (ad esempio quelli relativi alla volontà statunitense di emarginare o ‘zittire’ alcuni politici dell’amico Pakistan!!!), anche molte informazioni riguardo ai trafficanti di alto bordo della zona. Governatori, il capo della sezione narcotici della polizia afgana, il capo di stato maggiore della difesa…fino al boss dei boss, Walid Kazrai, fratello del Presidente in carica. Stando a quanto si dice (perchè ovviamente in Afghanistan non avevano bisogno dei drive USB americani per sapere tutto questo), quest’individuo, ben conoscendo le rotte che, attraverso il deserto portano la droga in Turchia e Pakistan e piazzando (o facendo piazzare) posti di blocco nei posti giusti, riuscirebbe ad impossessarsi dei carichi ed a rivenderseli in tutta tranquillità, senza neanche prendersi il disturbo di pagare il raccolto a un contadino.
Ancora una volta da Peacereporter, il reportage completo, datato aprile 2006, che descrive la narcomafia afgana. Leggetevelo