Credo di poter vantare il primato di essere stato forse tra i primi italiani a vedere il lungometraggio di Al Gore “An Inconvenient Truth”, sui rischi corsi dal nostro pianeta in seguito all’inquinamento atmosferico. Lo ordinai su internet, la versione in inglese, ben prima che “Una Scomoda Verità” venisse messo in vendita in Italia. Questo documentario, agghiacciante per quanto spietato nel presentare una terribile realtà di fatto, è valso all’ex ‘prossimo presidente degli Stati Uniti’, come lo stesso Gore si presenta in apertura del filmato, molti riconoscimenti e premi, tra cui un Oscar per il miglior documentario e, recentemente, un premio Nobel, vinto insieme al Comitato Intergovernativo per i Mutamenti Climatici dell’ONU. Ora il problema è che questo Nobel è un Nobel per
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Wednesday, October 17, 2007
Paradossi dell'era moderna
Credo di poter vantare il primato di essere stato forse tra i primi italiani a vedere il lungometraggio di Al Gore “An Inconvenient Truth”, sui rischi corsi dal nostro pianeta in seguito all’inquinamento atmosferico. Lo ordinai su internet, la versione in inglese, ben prima che “Una Scomoda Verità” venisse messo in vendita in Italia. Questo documentario, agghiacciante per quanto spietato nel presentare una terribile realtà di fatto, è valso all’ex ‘prossimo presidente degli Stati Uniti’, come lo stesso Gore si presenta in apertura del filmato, molti riconoscimenti e premi, tra cui un Oscar per il miglior documentario e, recentemente, un premio Nobel, vinto insieme al Comitato Intergovernativo per i Mutamenti Climatici dell’ONU. Ora il problema è che questo Nobel è un Nobel per Tuesday, June 05, 2007
L'illegalità della guerra
È meravigliosa la rete. Meravigliosa per quanto disgustosi i canali di informazione canonici. Miliardi di telegiornali, di giornali, di trasmissioni di approfondimento. Tonnellate di parole vane rovesciate quotidianamente nelle case della gente non si sa bene per convincerla di cosa, forse che Cristo è morto dal freddo, o che life is now, oppure che ava come lava…Poi ti siedi davanti al piccì, clicchi il solito link di Peacereporter e leggi: “Cercarono di sabotare i B-52 alla vigilia della guerra in Iraq: assolti due pacifisti britannici”.
Due inglesi, Toby Olditch e Philip Pritchard, il 18 marzo 2003 scavalcano il recinto dell’aeroporto militare di Fairford, vicino Londra. Manomettono i motori di due velivoli e lasciano tanto di cartello per il pilota, ‘consigliandogli’ di non decollare. Vengono arrestati ed ingabbiati nel carcere di Gloucester. Lo sapevano dal principio che sarebbe successo ed al momento in cui hanno tagliato la rete perimetrale dell’aeroporto, avevano già preparato le loro cose per l’incarcerazione. “The worse case scenario for us would have been prison - but nothing compares to the horror that has been inflicted on innocent Iraqis” (la cosa peggiore che potesse capitarci era l’arresto, ma niente se paragonato all’orrore che è stato inflitto agli innocenti dell’Iraq) dice uno dei due pacifisti di Oxford.Restano dietro le sbarre per tre mesi ed escono poi su cauzione. Nel 2004 iniziano i processi che si protraggono fino alla settimana scorsa quando il giudice emette una sentenza di assoluzione. Quel che è successo è che i nostri ‘eroi’ si sono presentati in giudizio con la seguente motivazione: quei B-52 avrebbero trasportato cluster bombs e bombe all’uranio impoverito che inevitabilmente, vista la natura stessa degli ordigni, avrebbero provocato morti tra i civili tanto nel breve quanto nel medio e lungo termine. Pertanto il loro gesto, per quanto criminoso, è stato reso inevitabile dalla necessità di prevenire crimini ben più gravi. I magistrati, preso atto delle caratteristiche tecniche degli ordigni, non hanno potuto fare a meno di constatare che formalmente la tesi degli accusati annullava il reato di cui erano imputati. Assolti!
Sembrerebbe la classica notizia del postino che morde il cane da guardia eppure, che io sappia, nessun giornale ne ha parlato. Forse si temeva che si spargesse la voce ed i soliti ‘megalomani’ tentassero pericolose emulazioni anche negli aeroporti nostrani. O forse, più semplicemente, si temeva che la gente vedesse come i protagonisti di questa storia, non erano né black bloc, né anarco-insurrezionalisti, né terroristi kamikaze. Ma due comunissimi, ordinarissimi gentlemen inglesi con qualche conoscenza di avionica, un paio di cacciaviti e chiavi inglesi ed il coraggio di chi sa abbandonare la propria comoda poltrona in cambio della galera pur di riuscire a dormire tranquillo la notte, sapendo di aver fatto qualcosa di giusto, di aver dato una mano.
Friday, April 27, 2007
L'anomalia afgana
Alla fine ci sono riusciti. Dopo l’arresto di Hanefi, nel tentativo tanto disperato quanto ridicolo di voler giustificare un atteggiamento di chiara ostilità, sono arrivate nell’ordine prima le insinuazioni, poi le calunnie, poi le minacce ed infine l’intervento dei militari che il 25 aprile scorso sono entrati nell’ospedale di Emergency di Kabul ed hanno intimato al personale medico rimasto, tre italiani, un belga ed uno svizzero, la consegna dei passaporti, ovvero il preludio all’arresto. Di fronte al rifiuto del personale di consegnare i documenti, i militari, indecisi, si sono ritirati, ma tanto è bastato a far decidere a Gino Strada ed alla direzione di Emergency di abbandonare il territorio e chiudere gli ospedali. Gli ultimi pazienti sono stati dimessi, quelli ancora bisognosi di cure trasferiti nelle poche strutture ospedaliere afgane esistenti ed il personale indigeno mandato a casa con stipendio pagato fino a fine maggio. Solo la sorveglianza e gli uomini delle pulizie rimangono sul posto, per tenere le strutture pronte a riaprire in qualsiasi momento, qualora venissero soddisfatte le conditio sine qua non, per il riavvio dell’attività ospedaliera, avanzate dalla Ong: il rilascio immediato di Rahmatullah Hanefi e la spiegazione di quanto è successo alla stampa internazionale. Il governo afgano, da parte sua, se da un lato insinua, calunnia, intimidisce ed interviene militarmente, dall’altro implora per un ripensamento, sempre per bocca del suo ministro della sanità, il quale sa bene come Emergency, con i suoi centri chirurgici di Anabah, Kabul e Lashkar-gah, con il centro maternità e medicina del Panshir, con le sue 25 cliniche e posti di primo soccorso, con le sue 6 cliniche in altrettante prigioni afgane e con gli oltre 1.500.000 cittadini che dal 1999 ad oggi hanno ricevuto assistenza medica di altissimo livello GRATUITAMENTE, rappresenta la spina dorsale del servizio sanitario afgano (il tutto pagato con donazioni da privati). Travaglio direbbe che il governo Karzai ‘chiagne e fotte’ al tempo stesso, emanando proclami lacrimosi ed affettuosi che contrastano diametralmente con ciò che viene detto e fatto lontano dagli occhi della stampa internazionale.E in Italia che succede? A parte i milioni di persone che già adesso fanno del loro meglio per riuscire ad esprimere appieno la propria maiuscola ottusità riducendo il tutto al fatto che Gino Strada è ‘comunista’ o ‘talebano’ o ‘terrorista’, succede ben poco. Il nostro governo sostiene di essere molto impegnato su questo fronte, ma per via diplomatica, ovvero in silenzio e lontano dall’opinione pubblica. Ci credo poco, se non per niente. Il ministro degli Esteri si è pronunciato pubblicamente solo quando venne paventata per Hanefi una condanna a morte. Ma per il resto, il nostro governo ha brillato per la sua assenza e per il suo disinteresse in una questione in cui una Ong italiana riconosciuta dal Ministero degli Esteri, è stata messa letteralmente sotto assedio, con uno dei suoi uomini, nell’ordine, prima arrestato, poi, con ogni probabilità, torturato ed infine accusato di collaborazionismo con i talebani per aver eseguito, su mandato del governo italiano, una operazione di mediazione nel caso del rapimento Mastrogiacomo.
“Dal 1994 a oggi, Emergency è intervenuta in 13 paesi, costruendo 7 ospedali, 4 centri di riabilitazione, 1 centro di maternità, 1 centro di cardiochirurgia, 55 tra posti di primo soccorso e centri sanitari. Su sollecitazione delle autorità locali e di altre organizzazioni, Emergency ha anche contribuito alla ristrutturazione e all'equipaggiamento di strutture sanitarie già esistenti” si legge sul sito di Emergency. Come mai proprio adesso, in Afghanistan, si verifica questa anomalia? Nessuno sembra avere abbastanza palle per dare una risposta a questa domanda. A parte Strada che sostiene “Emergency, soprattutto nel sud del paese, era percepita come una presenza scomoda. Era, anzi, l’unica presenza scomoda rimasta in zona di guerra. Il solo fatto di curare i civili vittime dei bombardamenti aerei della Nato è una cosa sgradita a chi sostiene che l’Occidente sia lì per portare democrazia e per ricostruire il paese. Non ho mai visto bombe che riscostruiscono! Tolta di mezzo Emergency, nel sud dell’Afghanistan rimangono solo soldati e spie”
Per quanto ci riguarda, per avere una risposta un po’ più ufficiale, dovremo forse aspettare il prossimo Rambo VIII, dove un ottantenne berretto verde verrà paracadutato con sedia a rotelle e catetere contro i feroci chirurghi comunisti e talebani.
E ancora una volta, chi ne fa le spese sono i civili.
Tuesday, March 20, 2007
A scoppio ritardato
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Massimo d’Alema interviene a proposito del rinnovo della missione Unama, e rilancia l’idea di una conferenza internazionale. È da qualche giorno che lo dice. Però, a differenza da quanto era possibile ascoltare nei giorni scorsi, adesso dei talebani come interlocutori a questa conferenza non si sente più parlare. È da poco stato liberato Daniele Mastrogiacomo. Lo stesso d’Alema ne viene informato ieri mentre si trova in volo verso gli Stati Uniti. Va da se che il nostro ministro degli Esteri esordisce durante il suo intervento esprimendo soddisfazione per l’accaduto, riportando la soddisfazione di Condi Rice (che forse secondo lui dovrebbe in qualche maniera onorarci) e soprattutto ringraziando il Presidente Karzai. Un narcotrafficante, una marionetta degli USA…vabbè, però…se ci ha aiutato davvero.Ma ci ha aiutato davvero? Gino Strada non sembra essere per niente d’accordo. Anzi. E direi che se lo dice lui ci si può credere visto che Emergency (ed anche lui in prima persona) sono stati i principali mediatori del rilascio. Sentite cosa dice dalle colonne di Peacereporter: “Il governo afgano ci ha messo i bastoni fra le ruote fin dall’inizio. Lo sa bene l’ambasciatore Sequi, che ha speso ore e ore al telefono a litigare con ministri e funzionari afgani che si rifiutavano di eseguire gli ordini di Karzai. Il quale per primo si è mostrato assai poco collaborativo, per non dir di peggio.” E ancora, parlando del rilascio dalle carceri afgane di tre dei prigionieri chiesti in riscatto di Mastrogiacomo “…l’ambasciatore Sequi si è subito messo in moto per ottenere la scarcerazione dei tre, scontrandosi nuovamente con le resistenze del governo afgano: in un momento del genere, Karzai è arrivato a dire al suo ministro della Giustizia di muoversi senza avere fretta!”. Poi però, si muove in fretta Karzai, a scoppio ritardato, dopo il rilascio del giornalista e del suo interprete (del quale adesso si è persa ogni traccia), per fare arrestare il manager di Emergency, che ha agito materialmente come mediatore, in nome di non meglio specificate misure di sicurezza. Grottesco! Per usare le stesse parole che ha usato Gino Strada per commentare il tutto.
Nel frattempo non solo si incazzano, e giustamente secondo me, i parenti dell’interprete nuovamente scomparso, per chiedere l’intervento di Karzai anche a favore del proprio congiunto e non solo quando spariscono giornalisti stranieri (ma è di nuovo Emergency che si sta muovendo in questo senso, non il governo afgano) ma anche Prodi ribadisce dal tiggì uno di aver telefonato, PER RINGRAZIARLO, al presidente afgano. Ma ringraziarlo de che?
Forse dovrei fidarmi un po’ di più del mio istinto. Narcotrafficante, marionetta degli USA e pure stronzo!
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Sunday, March 18, 2007
la missione di pace a mano armata
Lo dicevamo in un post precedente. La presenza militare italiana in Afghanistan non è improntata al semplice ‘peacekeeping’, ma per i nostri militari è previsto anche l’intervento in azioni di guerra, in violazione della Costituzione. I nostri politici si sbracciano a più non posso per cercare di negare questo dato di fatto ed hanno votato il rifinanziamento della missione sventolando bandiere arcobaleno a tutto spiano, battendosi al tempo stesso contro ‘orrori’ come il ddl sui DICO, vero pericolo per l’umanità. Dicevamo in un post precedente come la dislocazione territoriale del nostro contingente sia tale da mettere i nostri militari nella posizione di ‘cacciatori’ che attendono al varco ovest delle montagne afgane i talebani ‘stanati’ a sud dai bombardieri americani per finirli. Ed è esattamente quello che stanno già facendo, dal 14 marzo scorso, i militari del 66º Reggimento fanteria aeromobile “Trieste” di Forlì (comandata dal capitano Matteo Luciani), gli incursori di Marina del “Comsubin” e i parà del “Col Moschin”, insieme con i militari spagnoli della 1^ Brigata Cacciatori di Montagna “Aragòn”.La notizia è stata divulgata dal portavoce militare spagnolo il quale ha anche precisato che questa operazione durerà fino ad Aprile inoltrato. Il nostro governo ha sempre smentito l’esistenza di attività di guerra di questo tipo, poi, dopo la diffusione della notizia dalla Spagna, sono arrivate le prime conferme “a mezza bocca” da parte del sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri che ha candidamente ammesso come l’Italia sia coinvolta in “un'operazione normale, condotta secondo le regole che sono state stabilite”. Stabilite da chi? Non certo dalla nostra Costituzione, anzi. E come mai le smentite iniziali? Perché ci è stato dato di sapere cosa stanno facendo i nostri militari solo dopo che si sono sbottonati gli spagnoli?
È un atteggiamento ipocrita. E soprattutto già visto in precedenza, quando il governo d’Alema tentava di giustificare le incursioni aeree italiane in Kosovo come operazioni di ‘difesa’ dalle postazioni missilistiche serbe presenti sulla costa adriatica. E come al solito a noi non è dato sapere. Come al solito si passa il tutto sotto silenzio. Viene da chiedersi se non sia il residuo di un ultimo senso di vergogna che li costringe a tacere su queste decisioni o se sia il disprezzo nei confronti di una cittadinanza che evidentemente non può e non deve avere voce in capitolo. Forse entrambi. Siamo diventati pericolosi per i nostri governanti e lo siamo ancora di più fintanto che continueranno a giungerci notizie come quelle sul tenente colonnello Juergen Rose, che fa parte dello Stato maggiore della quarta divisione della Bundeswehr e che ha fatto ‘obiezione di coscienza’ di fronte alla decisione del governo tedesco di inviare nuove truppe in Afghanistan (5 Tornado e 500 uomini), motivando la sua scelta con la chiara incostituzionalità della decisione presa. E lo ha fatto pubblicamente, dalla televisione pubblica.
Lui è stato immediatamente ‘tacciato’ di essere un disertore. Che sarebbe successo in Italia?
Peacereporter e l’Unità sono le fonti.
Wednesday, March 07, 2007
L'oppio del popolo
Durante il mio girovagare in rete mi sono nuovamente imbattuto in una di quelle notizie che uno si aspetterebbe di ascoltare o leggere a ripetizione nei telegiornali e nei giornali nazionali, ma che invece vengono sempre taciute. Ho cominciato leggendo come alcuni parlamentari italiani abbiano proposto l’acquisto dell’oppio afgano per rifornire le case farmaceutiche che producono sostanze antidolorifiche e lasciare a bocca asciutta il narcotraffico. Leggendo qua e là, vengo a sapere che una idea del genere era stata già ‘bollata’ dall’ufficio delle Nazioni Unite in carica di questi problemi, in quanto non solo il narcotraffico paga meglio di quanto farebbero le case farmaceutiche, ma anche perché la produzione di morfina ad uso terapeutico potrebbe coprire solo meno di un terzo della produzione afgana. Per decenni i talebani hanno sovvenzionato le proprie attività militari grazie ai proventi dell’oppio. Ed allora mi sono chiesto: noi stiamo per rivotare il prolungamento della nostra missione in Afghanistan, gli USA scatenano escalation militari portentose nella loro caccia al talebano, rovesciando milioni di cluster bomblets in testa ai civili, tutti spendiamo miliardi in armamenti. Ma qualcuno che prova a tagliare le gambe ai talebani distruggendo le coltivazioni di oppio ci sarà no? Qualcuno che abbia focalizzato questo punto come un punto chiave per la risoluzione di questo conflitto…che ne so, d’Alema (scherzo èh?...), o la Rice, o magari Hamid Karzai, il presidente afgano tanto amico dell’occidente, sempre in tivvù col colbacco ed il cappotto con le maniche legate dietro la schiena. Invece di spendere miliardi di miliardi in armamenti, si innaffiano di diserbante tutti i 164mila ettari coltivati a papavero del paese e con i soldi ci si pagano i contadini, o li si aiuta in qualche altra maniera. E il talebano, così come il narcotrafficante, è bello che fottuto…no? Dunque? Il Presidente Karzai tempo fa iniziò una campagna di ‘bonifica’ spedendo una manciata di soldati e poliziotti a distruggere le coltivazioni con…bastoni e trattori!!! 164mila ettari di campi con bastoni e trattori…e contadini incazzati come bisce che ne hanno spediti al creatore già diversi. Morale, la produzione di oppio del 2006 è cresciuta del 59%, e per il 2007 si prevede un ulteriore incremento. Non mi tornano i conti. Può un uomo essere così idiota da pensare di tagliare una per una le piante di oppio di 164mila ettari di coltivazioni? Oltretutto sapendo, come sanno tutti da quelle parti, che se si taglia solo la pianta ma non si distrugge la radice, poi il papavero ri-germoglia immediatamente? Dov’è la risposta? La risposta è nei memory stick (le pennine USB che si usano come drive esterni) trafugati circa un anno fa dalla base militare USA di Bagram. Gli afgani, vuoi le donne delle pulizie o comunque personale afgano ammesso all’interno della base, si sono fregati questi drive, piccoli e facilmente nascondibili, e se li sono rivenduti nei bazaar locali, dove alcuni giornalisti del Los Angeles Times sono riusciti a ricomprarli per una ventina di dollari l’uno. Tra i tanti dati contenuti in questi drive, alcuni dei quali classificati come ‘top secret’ (ad esempio quelli relativi alla volontà statunitense di emarginare o ‘zittire’ alcuni politici dell’amico Pakistan!!!), anche molte informazioni riguardo ai trafficanti di alto bordo della zona. Governatori, il capo della sezione narcotici della polizia afgana, il capo di stato maggiore della difesa…fino al boss dei boss, Walid Kazrai, fratello del Presidente in carica. Stando a quanto si dice (perchè ovviamente in Afghanistan non avevano bisogno dei drive USB americani per sapere tutto questo), quest’individuo, ben conoscendo le rotte che, attraverso il deserto portano la droga in Turchia e Pakistan e piazzando (o facendo piazzare) posti di blocco nei posti giusti, riuscirebbe ad impossessarsi dei carichi ed a rivenderseli in tutta tranquillità, senza neanche prendersi il disturbo di pagare il raccolto a un contadino.Ancora una volta da Peacereporter, il reportage completo, datato aprile 2006, che descrive la narcomafia afgana. Leggetevelo
Thursday, March 01, 2007
La globalizzazione del martirio

A più riprese, il simpatico presidente americano Gorge W. Bush, ha sottolineato come l’invasione dell’Iraq da parte della NATO abbia portato ad una significativa riduzione del terrorismo. Questo punto di vista è stato spesso ripreso anche in altri paesi da svariate testate giornalistiche, a giustificare la nostra presenza militare in quel paese. Partendo da un articolo su Peacereporter, mi sono imbattuto nel lavoro di due ricercatori americani, Peter Bergen e Paul Cruickshank del Center on Law and Security della New York University School of Law. Si intitola ‘The Iraq effect’ ed è una analisi sociologica e statistica delle variazioni subite da diversi parametri legati alla jihad (numero di attentati, vittime, supporto agli USA ecc.) tra il 12 settembre 2001, ovvero il giorno dopo l’attacco alle torri gemelle, ed il 20 marzo 2003 (giorno dell’invasione NATO) e tra il 21 marzo 2003 ed i giorni nostri, al fine di isolare e quantificare l’effetto della guerra in Iraq sull’attività terroristica jihadiana. I risultati sono un tantino in antitesi con le affermazioni di Bush…
Dal lavoro di questi due ricercatori risulta che l’attività terroristica della jihad islamica ha segnato, dopo l’invasione dell’Iraq, un aumento del 607% in termini di media per anno di attacchi ed un aumento del 237% in termini di morti provocate, se si includono nel conteggio anche lo stesso Iraq e l’Afghanistan. Escludendo questi due paesi, tutt’ora sotto occupazione militare e quindi più suscettibili di attentati, si assiste comunque ad un incremento del 35% nel primo parametro (media annua di attentati) e del 12% nel numero di morti causate. Sottolineo come questi conteggi, basati sui dati ottenuti dal più grande database mondiale sul terrorismo (http://www.terrorismknowledgebase.org/), non includano l’attività di gruppi terroristici legati o riportabili all’Islam in generale, quali potrebbero essere gruppi ceceni o palestinesi nell’ambito del conflitto con Israele, ma sono relativi all’attività di gruppi jihadisti che rivendicano i propri attentati nel nome della guerra santa contro i ‘crociati’ occidentali.
In pratica si sono riscontrati aumenti dell’attività terroristica principalmente in Europa e nel mondo arabo. Leggeri aumenti anche in Pakistan, India e Russia, mentre l’Asia è l’unico posto in cui si è registrata una diminuzione degli attacchi. Fenomeno questo che, a detta dei due ricercatori, non è avvenuto a causa della guerra in Iraq, ma ‘nonostante’ la guerra in Iraq e sembra in parte essere dovuto sia agli aiuti umanitari che gli USA hanno mobilitato a seguito dello tsunami che colpì il sud-est asiatico, sia al fatto che precedenti attentati, specialmente in Indonesia, avevano causato numerose vittime tra i mussulmani stessi, generando un moto di antipatia verso il fondamentalismo originato dentro la stessa comunità islamica. Le variazioni nei livelli di attività terroristica nei diversi paesi sembrano essere legate a fattori come la presenza in Iraq di truppe del paese bersaglio, la vicinanza geografica all’Iraq ed ideologica ai gruppi jihadisti ed il tasso di interscambio culturale tra questi ed i mussulmani del paese bersaglio. Per queste ragioni il problema sembra essere particolarmente serio in Arabia Saudita, grande alleato degli Stati Uniti che però generà una percentuale altissima di terroristi che agiscono oltreconfine, nello stesso Iraq. Questo è, a detta dei due ricercatori, un secondo momento di evoluzione del terrorismo jihadista. Ovvero la capacità di reclutare attivisti in paesi anche distanti. La guerra in Iraq ha portato ad una forte galvanizzazione della jihad in tutto il mondo (tranne che in Asia a quanto pare) e, come conseguenza, da tutto il mondo arrivano nei campi di addestramento del medio oriente persone desiderose di unirsi alla jihad, essere addestrate e poi rimandate indietro nei paesi di partenza per farsi saltare in aria. ‘The globalization of martyrdom’, la globalizzazione del martirio, significativo contrappasso a quella del mercato che ha causato tutto questo stato di cose.
Il trattato si trova online sul sito Mother Jones, e merita di essere letto, seppur in inglese, per avere un idea di questi fenomeni e delle gran balle che l’amministrazione americana ci propina quotidianamente. Almeno al 99%. Si perché un fondo di verità in quello che dice Bush c’è. C’è stata davvero una diminuzione degli atti di terrorismo dopo l’invasione dell’Iraq, ma non in tutto l’occidente…solo negli Stati Uniti, o solo per gli statunitensi, dal momento che dall’inizio di quella guerra solo 18 ne sono morti per mano dei terroristi. La ‘preemptive war’ ha funzionato, non c’è che dire!
Dal lavoro di questi due ricercatori risulta che l’attività terroristica della jihad islamica ha segnato, dopo l’invasione dell’Iraq, un aumento del 607% in termini di media per anno di attacchi ed un aumento del 237% in termini di morti provocate, se si includono nel conteggio anche lo stesso Iraq e l’Afghanistan. Escludendo questi due paesi, tutt’ora sotto occupazione militare e quindi più suscettibili di attentati, si assiste comunque ad un incremento del 35% nel primo parametro (media annua di attentati) e del 12% nel numero di morti causate. Sottolineo come questi conteggi, basati sui dati ottenuti dal più grande database mondiale sul terrorismo (http://www.terrorismknowledgebase.org/), non includano l’attività di gruppi terroristici legati o riportabili all’Islam in generale, quali potrebbero essere gruppi ceceni o palestinesi nell’ambito del conflitto con Israele, ma sono relativi all’attività di gruppi jihadisti che rivendicano i propri attentati nel nome della guerra santa contro i ‘crociati’ occidentali.
In pratica si sono riscontrati aumenti dell’attività terroristica principalmente in Europa e nel mondo arabo. Leggeri aumenti anche in Pakistan, India e Russia, mentre l’Asia è l’unico posto in cui si è registrata una diminuzione degli attacchi. Fenomeno questo che, a detta dei due ricercatori, non è avvenuto a causa della guerra in Iraq, ma ‘nonostante’ la guerra in Iraq e sembra in parte essere dovuto sia agli aiuti umanitari che gli USA hanno mobilitato a seguito dello tsunami che colpì il sud-est asiatico, sia al fatto che precedenti attentati, specialmente in Indonesia, avevano causato numerose vittime tra i mussulmani stessi, generando un moto di antipatia verso il fondamentalismo originato dentro la stessa comunità islamica. Le variazioni nei livelli di attività terroristica nei diversi paesi sembrano essere legate a fattori come la presenza in Iraq di truppe del paese bersaglio, la vicinanza geografica all’Iraq ed ideologica ai gruppi jihadisti ed il tasso di interscambio culturale tra questi ed i mussulmani del paese bersaglio. Per queste ragioni il problema sembra essere particolarmente serio in Arabia Saudita, grande alleato degli Stati Uniti che però generà una percentuale altissima di terroristi che agiscono oltreconfine, nello stesso Iraq. Questo è, a detta dei due ricercatori, un secondo momento di evoluzione del terrorismo jihadista. Ovvero la capacità di reclutare attivisti in paesi anche distanti. La guerra in Iraq ha portato ad una forte galvanizzazione della jihad in tutto il mondo (tranne che in Asia a quanto pare) e, come conseguenza, da tutto il mondo arrivano nei campi di addestramento del medio oriente persone desiderose di unirsi alla jihad, essere addestrate e poi rimandate indietro nei paesi di partenza per farsi saltare in aria. ‘The globalization of martyrdom’, la globalizzazione del martirio, significativo contrappasso a quella del mercato che ha causato tutto questo stato di cose.
Il trattato si trova online sul sito Mother Jones, e merita di essere letto, seppur in inglese, per avere un idea di questi fenomeni e delle gran balle che l’amministrazione americana ci propina quotidianamente. Almeno al 99%. Si perché un fondo di verità in quello che dice Bush c’è. C’è stata davvero una diminuzione degli atti di terrorismo dopo l’invasione dell’Iraq, ma non in tutto l’occidente…solo negli Stati Uniti, o solo per gli statunitensi, dal momento che dall’inizio di quella guerra solo 18 ne sono morti per mano dei terroristi. La ‘preemptive war’ ha funzionato, non c’è che dire!
Friday, January 19, 2007
La paura della storia
C’è chi ragiona in modo lineare a questo mondo. C’è chi vive di equazioni semplici ed apparentemente inconfutabili, e tramite esse pretende di spiegare la realtà che lo circonda. Non è chiaro se queste menti siano il risultato di un processo inconscio di isolamento dalle tante brutture che osserviamo ogni giorno, e che hanno cause tutt’altro che semplici e lineari, oppure se siano il risultato di una volontà precisa, che le vuole incapaci di investigare in maggiore profondità, di porsi delle domande precise senza aver paura delle risposte. Personalmente, da buon ‘complottista’, sono per la seconda ipotesi, e me ne convinco sempre di più ogni volta che accendo la televisione (cosa che non faccio più tanto spesso ormai).Saddam è stato processato ed impiccato. Sebbene si cerchi di coinvolgere il più possibile il governo iracheno in questa sequenza di eventi, appare chiaro a tutti come Saddam sia stato processato ed impiccato dagli USA. Perché? I crimini che gli sono stati imputati non erano rivolti contro gli Stati Uniti. Le sue molteplici vittime erano iraniane, irachene, kuwaitiane. Eppure questi paesi, le cosiddette ‘parti civili’, non hanno potuto ospitare il processo o emettere la sentenza. Di nuovo, perché? Robert Fisk, editorialista dell’Independent ed esperto di cronaca mediorientale, ha un’idea tutta sua, che personalmente condivido. Un’ipotesi che tiene conto degli ultimi 40 anni di storia occidentale e mediorientale, il risultato di un’analisi approfondita che però, miracolo, risponde alla mia domanda in maniera semplice e lineare. Non esistono crimini commessi da Saddam che non siano stati commessi anche dall’occidente e dagli USA in particolare. Nostri erano i componenti con cui il dittatore iracheno ha confezionato le armi chimiche con cui ha innaffiato l’Iran. E nostra anche la benedizione per quella guerra. Abbiamo risposto alle stragi del 2001 in maniera cieca e violenta, mentendo, torturando, uccidendo e non abbiamo ottenuto niente, se non lo scoppio di una guerra civile in Iraq che oggi vede sciiti e sunniti scambiarsi bombe, autobombe e kamikaze come fossero lisci a coppe. E presto, grazie al genio dell’attuale premier iracheno al Maliki, verranno coinvolti i sunniti di etnia curda, se è vero che quest’uomo ha deciso di schierare a difesa della popolazione anche 3600 soldati peshmerga. L’Iraq oggi non è meglio di quanto fosse sotto Saddam. Tutt’altro.
In altre parole, è questa la risposta di Fisk, Saddam è stato giustiziato in maniera tanto ‘unilaterale’ nel tentativo di consegnarlo alla storia come l’assassino unico. Il solo malvagio. Cosa sarebbe successo se, ad esempio, il processo si fosse svolto a Teheran o, come avrebbe dovuto e come fu per Milosevic, davanti ad un tribunale internazionale? La sentenza sarebbe stata senz’altro la stessa (anche se un tribunale ONU non avrebbe emesso nessuna condanna a morte), ma l’ex-dittatore avrebbe allora potuto puntare il dito contro quell’occidente che per tanti anni l’ha spalleggiato nel massacro degli iraniani, che ha invaso il suo territorio e gli ha mosso guerra senza un casus belli reale, a meno che non si vogliano considerare tali le parole del Raìs all’indomani dell’11 settembre 2001 (Saddam disse “chi semina vento raccoglie tempesta”). Ed avrebbe trovato orecchie pronte ad ascoltarlo. Ed allora la sentenza non avrebbe risparmiato né Saddam né l’occidente, e tale sarebbe stata consegnata alla storia. E di questo l’occidente ha avuto paura perché, se guardiamo bene, se rifiutiamo la semplicità e la linearità dell’apparenza e dell’oggi, vediamo che il vero nemico dell’occidente, o per lo meno il più temuto, è proprio la storia.
Saturday, January 13, 2007
-7
Il nuovo fronte si è aperto. L’aviazione USA bombarda la Somalia, a caccia di terroristi, ammazza 70 civili inermi e ‘forse’ 10-15 appartenenti alle Corti islamiche somale. Poi partono le truppe di terra a rastrellare tra i cadaveri per vedere se, tante volte, fossero tanto fortunati da trovarci Bin Laden o chissà chi. Diciamocelo, la guerra in Iraq ci aveva un pò stufato tutti. Sentivamo il bisogno di qualcosa di nuovo. Anche per non prestare troppa attenzione alla decisione presa da George ‘Tex Willer’ Bush di mandare 20.000 nuove unità nel paese del golfo, ed alle pressioni che questo presidente sta facendo sul nuovo Consiglio democratico allo scopo di ottenere i finanziamenti. Che per altro sono praticamente assicurati, dal momento che la decisione relativa all’invio di truppe spetta comunque al Presidente e di certo il Consiglio non manderebbe 20.000 americani al fronte senza armi o equipaggiamenti.Anno nuovo guerra nuova, ma sempre secondo lo stesso stile. Sempre secondo i dettami di una politica americana che ormai non ha più nulla di realmente politico. Niente filosofia, niente etica, niente storia. Questi pilastri sono stati abbattuti da tempo. Rimane l’immagine. La retorica della bandiera e del presidente che piange ai funerali del militare morto mentre tentava di salvare un commilitone dal fuoco nemico, dimentico del fatto che quel militare al fronte ce l’ha mandato lui, in caccia di improbabili armi di distruzione di massa, che esistono solo se tali possono essere considerate le fionde ed i sassi. Che importanza può avere un dettaglio del genere? È emozionante da vedere, fa battere il cuore del patriota, commuove. Pertanto funziona.
La retorica a stelle e strisce. Solo questo rimane a Bush per assicurarsi un minimo di sostegno popolare, per poter giustificare milioni di dollari buttati in questo nuovo Vietnam, come lo definisce il senatore democratico Edward. Milioni di dollari e migliaia di morti, da entrambe le parti, quasi a non voler perdere la faccia davanti al resto del mondo più di quanto già non sia successo.
E intanto, come ci racconta Moni Ovadia nel suo articolo su Peacereporter, si infittisce la nebbia e cominciano a spegnersi alcuni dei fari che ci illuminavano la via del buonsenso e della storia. Anche Benny Morris, lo storico israeliano che per primo ha raccontato la vera storia del sionismo ‘dall’interno’, il professore che in maniera totalmente asettica ed imparziale ha descritto i crimini, le trame, gli attentati del conflitto israelo-palestinese, ci lascia. Abbandona quell’analisi illuminata di cui si era fatto portatore per dedicarsi alla più semplice e più sbrigativa arte del bombardamento e dello sterminio preventivo, lasciandoci tutti un po’ più soli ed un po’ più antisemiti, nostro malgrado. Riposi in pace.
L’Orologio dell’Apocalisse, nel frattempo, ha ripreso ad avanzare e segna sette minuti alla mezzanotte dell’Armageddon nucleare.
Fatemi il favore, tante volte stessi dormendo per quell’ora, non svegliatemi. Ultimamente faccio dei gran bei sogni.
Friday, December 01, 2006
L'Ammainabandiera
E così alla fine siamo riusciti a far rientrare anche gli ultimi militare del nostro contingente presente in Iraq. ‘Antica Babilonia’, questo il nome della missione italiana, è definitivamente archiviata dopo aver subito 39 morti, incluso il povero Calipari, ed essere costata un miliardo e mezzo di euro. Tutti a sinistra gioiscono. Strette di mano e pacche sulle spalle, a dire ‘finalmente abbiamo vinto’. Mi convincono poco a dire il vero. Non ho assaporato, nel nostro caso, la stessa soddisfazione che ho provato quando Zapatero richiamò i suoi. Né mi va che politici e politicanti vari adesso si fregino di bandiere, spille o cappellini ‘della pace’. Magari anche quell'UDEUR che approvò il nostro intervento militare. Avremmo dovuto andarcene molto tempo fa in verità. Avremmo dovuto riconoscere l’inutilità di questo intervento da subito, già da quando il Congresso americano straparlava di ‘weapons of mass destruction’, prontamente smentito dai commissari Blix ed el-Barade’i, e non partire per niente. E invece siamo andati e siamo restati. Motivo? Apparentemente per non perdere la faccia, e non arrecare dispiacere, al nostro caro amico Bush, fraterno alleato del nostro ex-premier. Fra bestie si sono trovati simpatici evidentemente. Questo sodalizio c’è costato caro, ma almeno ne valeva la pena? È giusto chiederselo. Dopotutto quello di Saddam era un regimaccio della peggiore specie, più e più volte richiamato per violazioni dei diritti umani, esecuzioni sommarie ecc. Certo, in tempi non sospetti anche lui era nostro amico (o amico degli amici), però ultimamente non ci piaceva più. E allora, ne valeva la pena? Come lo lasciamo l’Iraq, adesso che i nostri tornano finalmente a casa? Lo lasciamo in mano ad un governo fantoccio di Sciiti e Curdi lontani anni luce anche solo dal pensare di poter mantenere un po’ d’ordine in quella terra. Lo lasciamo in mano a possenti cingolati e bombardieri anglosassoni, i veri 'governanti' dell'Iraq, ma che si rivelano totalmente inefficienti contro gruppi di guerriglieri sunniti, terroristi isolati, nostalgici del partito Ba’th, membri della vecchia guardia di Saddam più gruppi tribali disparati e variopinti. Lo lasciamo in preda ad una guerra interna che rischia di moltiplicare il già pesante bilancio dei morti tra i civili (50.000 secondo gli USA, 650.000 secondo ‘The Lancet’…una discordanza di cifre tipica direi, come i dati sulle manifestazioni che in Italia arrivano dalla questura e dagli organizzatori. Il giorno che sentirete una concordanza di dati a questo proposito…preoccupatevi). In altre parole lo lasciamo in condizioni infinitamente peggiori di come era nella primavera del 2003, quando i primi militari italiani arrivarono in Iraq. E oltretutto lo lasciamo non senza portarci sulla coscienza 25 civili uccisi dai nostri militari, almeno secondo l’’Iraq Body Count’ (letteralmente ‘il conteggio dei corpi in Iraq’). Non che questo peggioramento sia colpa nostra, anzi. Ricordo che una delle reazioni più singolari che ho registrato dopo l’attentato di Nassirya fu lo stupore di americani ed inglesi di fronte alle immagini degli iracheni che scavavano tra le macerie insieme ai militari italiani, per dare una mano. Loro un aiuto del genere non l’hanno mai ricevuto.Domandarsi a chi sia giovato è fin quasi retorico in questo caso. Gli interessi occidentali sul petrolio, sulla produzione (e di conseguenza sull’uso) di armi nonché la posizione strategica dell’Iraq e la sua importanza sia per gli USA che per Israele sono noti a tutti. Come anche l’interesse, tutto ‘neocon’, per quelle che saranno le gare e gli appalti per la ricostruzione del paese.
Strette di mano e pacche sulle spalle sono decisamente fuori luogo direi. Piuttosto cercate di imparare dagli errori passati, e che cazzate del genere non si ripetano più!
Aggiornamento del 02.12.06
D'Alema ha detto che ora che ce ne siamo andati, all'Iraq "serve stabilità". Ma quella non dovevamo portarla noi quando siamo arrivati? Non ci siamo partiti apposta?
Saturday, November 25, 2006
Quando manca la vergogna
Nel 1994 abbiamo assistito ad uno degli spettacoli più raccapriccianti e disgustosi che siano mai avvenuti sul nostro pianeta. Sotto lo sguardo impassibile del cosiddetto ‘occidente’, ed anzi con la sua benedizione, il 6 aprile del 1994 i ribelli Hutu cominciavano il massacro dei Tutsi, quei watussi (dallo swahili wa Tutsi che significa appunto ‘i Tutsi’) a noi tanto cari durante i micidiali balli di gruppo anni ’60. La tensione tra i due gruppi ha origini antiche ma in era moderna si era notevolmente affievolita. Venne ridestata dai Belgi, quando il paese era sotto il loro mandato, che richiesero la diversificazione anagrafica, allo scopo di identificare e privilegiare i ricchi Tutsi. Sopravvisse alla dichiarazione di indipendenza del Rwanda (1° luglio del 1962) e sfociò in un colpo di stato che portò a capo del governo il generale Hutu Juvenal Habyarimana, che governò in regime dittatoriale dal 1973 al 1994. Il 6 aprile di quell’anno infatti, l’aereo su cui viaggiava Habyarimana venne centrato da un terra-aria. Chi sia stato il responsabile di questo omicidio, nessuno lo sa per certo. Sta di fatto che gli Hutu non la presero proprio bene e cominciarono a mettere in atto una delle pulizie etniche più rapide ed efficienti mai viste. All’incirca un milione di persone, tra Tutsi e Hutu moderati, vennero macellati tra il 6 aprile e la metà di luglio del 1994. La storia di quei giorni è stata magistralmente raccontata nel bellissimo ‘Hotel Rwanda’ di Terry George. Durante questi 4 mesi l’ONU non fece assolutamente niente. Nemmeno il riconoscimento del genocidio venne approvato, grazie al veto posto dagli USA. Francia e Belgio si limitarono a spedire piccoli contingenti con il compito di ‘selezionare’ i propri concittadini per il rimpatrio, rifiutando di prelevare, insieme ad essi, anche un solo Rwandese. I 3000 uomini del maggiore generale dei caschi blu Romeo Dallaire (canadese, nel film Nick Nolte) vennero abbandonati a se stessi in pieno inferno. Non solo. Ma quando le Nazioni Unite finalmente si decisero a mettere insieme una forza di intervento, sempre gli USA fecero il possibile per ritardarla, adducendo scuse ridicole tipo quella del colore da usare per dipingere i mezzi blindati o della ditta da contattare per comprare la vernice!Dopo il ritorno delle forze Tutsi, che pose fine al genocidio, gli Hutu fuggirono negli stati confinanti, in particolare in Congo, e continuarono a guerreggiare con i Tutsi al confine. Ciò ha coinvolto anche le milizie congolesi, ma fortunatamente, il nuovo presidente eletto Paul Kagame, è riuscito a riappacificare la situazione col Congo. Si direbbe quindi che le cose in Rwanda vadano abbastanza bene. Ma forse è proprio questo il problema maggiore. La Procura della Repubblica di Parigi in questi giorni ha richiesto l’incriminazione del Presidente Kagame presso il tribunale internazionale per il genocidio rwandese. L’accusa è quella di essere stato, in qualità di capo dei ribelli Tutsi, coinvolto nell’omicidio di Habyarimana. Ovviamente Kagame si è incazzato ed ha espulso l’ambasciatore francese. Trovo insopportabile l’arroganza con cui la Francia, dopo aver lasciato che il genocidio avvenisse, dopo aver addirittura coperto militarmente la ritirata dell’esercito Hutu, adesso pretenda di continuare ad infierire su un popolo che a stento è riuscito, da solo, a ritrovare pace e serenità. Certo, ci si chiederà perché mai la Francia dovrebbe avere interesse a destabilizzare un paese del genere. Forse che i 28.3 miliardi di metri cubi di gas naturale che si trovano sotto il lago Kivu (una delle riserve più grandi del pianeta) possono essere un motivo valido?
Saturday, November 11, 2006
OK/1. La Costa d'Avorio.
In Costa d’Avorio la guerra civile è scoppiata il 19 settembre 2002, quando alcuni militari governativi sono insorti contro il governo di Laurent Gbagbo, uccidendo alcuni suoi rappresentanti e tentando un colpo di stato. La ragione di questo ammutinamento di parte dei militari è il tentativo di Gbagbo di smobilitare alcuni reparti dell’esercito nazionale considerati roccaforti dell'establishment militare. I combattimenti si sono allargati a macchia d’olio quasi immediatamente e la contrapposizione tra i ribelli del 'Movimento patriottico della Costa d’Avorio' ed il governo di Gbagbo si è accentuata a seguito della dislocazione che i due eserciti, quello governativo e quello ribelle, hanno assunto sul territorio nazionale. La Costa d’Avorio oggi è divisa in due.Fin qui sembrerebbe tutto molto semplice. A rendere tutto più complicato è, come sempre, l’intervento occidentale. La Costa d’Avorio era una colonia francese che ha ottenuto una parziale indipendenza nel 1960. Parziale in quanto i francesi hanno mantenuto il controllo della valuta e dei principali settori produttivi del paese, mettendo al governo Felix Houphouet-Boigny, ex ministro francese che ‘regnerà’ per ben sette mandati, essendo il suo partito praticamente l’unico sulla scena. Alla sua morte (1993) si accende la lotta di successione che, tra un colpo di stato e l’altro, porterà nel 2000 all’elezione di Gbagbo. La Costa d’Avorio oggi è divisa in due, come dicevo, con il territorio settentrionale, più povero di risorse, in mano ai ribelli mentre la parte meridionale, più ricca ed industrializzata e che si affaccia sul golfo di Guinea, è governativa. Tra queste due regioni si interpone una striscia di terra dove operano sia i caschi blu dell’ONU che i militari francesi dell’operazione Licorne. Come mai i due eserciti agiscono separatamente? La Francia si attiva unilateralmente subito dopo lo scoppio della guerra civile, allo scopo di tutelare i propri interessi sul territorio, anche allarmata dalle iniziative con cui gli USA cercano di infiltrarsi ‘diplomaticamente’ nel conflitto a suon di finanziamenti al governo di Gbagbo. Il fatto è che lo stesso Gbagbo ha più volte richiesto maggiore indipendenza dalla Francia, arrivando a ventilare concessioni per paesi come gli USA o la Cina. La guerra pertanto non è più solo tra eserciti governativo e ribelle, ma principalmente tra esercito governativo ed esercito francese. Nel novembre 2004, in seguito alla morte di 9 militari francesi durante gli scontri tra governativi e ribelli, i militari dell’operazione Licorne distruggono l’aviazione ivoriana, su ordine di Chirac, ed arrivano ad aprire il fuoco anche su manifestanti filogovernativi scesi in piazza per difendere il Presidente Gbagbo. Più di sessanta i morti.
Dopo vari tentativi di tregua andati in fumo, ad oggi la situazione rimane tesa sia tra governo ivoriano e ribelli che tra governo ivoriano e governo francese. Il mandato del presidente Gbagbo è stato esteso fino ad ottobre del 2007 con il benestare delle Nazioni Unite. Ma la Francia non demorde e non si limita più solo a rifornire i ribelli. Il primo ministro ivoriano Banny è uomo di Chirac e vorrebbe una ‘exit strategy’ per Gbagbo più veloce. La Francia stessa pressa sull’ONU (che ancora una volta, come in Rwanda, brilla per la sua assenza) per ottenere risoluzioni che farebbero la gioia di qualsiasi dittatore fascista: divieto di manifestazioni; sospensione della Costituzione; scioglimento del Parlamento, della Corte costituzionale e di tutte le principali Istituzioni del paese africano; pieni poteri per Banny; asservimento dell'esercito ivoriano per mezzo delle forze Onu e della missione Licorne.
Acqua e olio tutto a posto?
Fonti:
http://www.peacereporter.net
http://www.mercatiesplosivi.com
http://www.warnews.it
http://italy.peacelink.org
Tutto OK
Girando sul sito di PeaceReporter ho trovato una rubrica che si chiama “Cessate il fuoco”. Si tratta di un bollettino di guerra in cui viene presentato il ‘rendiconto’ in vite umane di quei conflitti, attualmente attivi sul pianeta, ma in cui la NATO (ancora) non ha messo becco, e che pertanto tendono ad essere dimenticati o addirittura sconosciuti dai ed ai più. In particolare vengono considerati Palestina, Cecenia, Pakistan, Algeria, Colombia, Sri Lanka, India, Costa d’Avorio, Nigeria, Uganda, Ciad e Sudan. Ho listato tutti i numerini, e la funzione ‘somma’ del mio ‘ecsel’ (non facciamo pubblicità) mi ha rivelato qualcosa di drammatico ma anche illuminante al tempo stesso. Dall’inizio del mese di novembre in questi conflitti sono morte circa 440 persone. Almeno, 440 è il numero di decessi conosciuti. Di queste, 77 sono militari ‘governativi’, chiamiamoli così, solo 46 sono ‘ribelli’ o ‘guerriglieri’. Il resto, 317 persone, sono civili. Viene da rimpiangere i campi di battaglia di Romana memoria dove i due schieramenti si scornavano tra di loro e non ci andavano di mezzo civili inermi.Durante la guerra di secessione americana, al termine di ogni battaglia tra nordisti e sudisti, nei campi nordisti si esponeva una lavagna con sopra scritto il numero dei decessi avvenuto tra le fila dei soldati. Il numero era seguito dalla lettera ‘K’, ad indicare il numero di soldati ‘Killed’. Quando accadeva che tutte le giubbe blu facessero ritorno dalla battaglia, sulla lavagna si scriveva ‘0K’, ovvero ‘zero killed’, ed era grande festa. Quello zero è presto diventato una ‘O’ (sia lo zero che la lettera si possono pronunciare allo stesso modo in inglese), da cui l’acronimo più famoso del mondo. È tutto ‘OK’. Nessun morto, nessun problema.
Sarebbe favoloso poter cliccare la rubrica “Cessate il fuoco” e vedere una lunga lista di “OK”, ma non è così. E la ragione credo sia anche la nostra ignoranza. Io stesso ignoro quali siano le cause o i protagonisti di molti dei conflitti che compaiono in quella lista. Perciò voglio provare a vedere se mi riesce di venirne a capo e di descrivere cosa accade in quei paesi utilizzando le informazioni che trovo sulla rete. Per conoscere quello che c’è da conoscere e per non dimenticare quello che già si conosce. OK?
Wednesday, November 08, 2006
Le ali raggrinzite
Beit Hanoun, Striscia di Gaza. Sono le sei del mattino. La famiglia Atamne, undici persone, sta ancora dormendo. Dorme pensando che finalmente i carri armati israeliani se ne sono andati. L'operazione 'Nuvola d'autunno' è cominciata il primo di novembre, con la fanteria di Tsahal che entrava in questa cittadina di 35.000 abitanti scortata dai panzer, allo scopo di rimuovere le 'postazioni' di missili Qassam che tiravano verso il Neghev israeliano. Eppure lo so anche io che il Qassam è poco più di un tubo riempito di esplosivo e quindi facilmente trasportabile. Fossi io uno di Hamas mi guarderei bene dal piazzarlo in una postazione fissa. Comunque sia l'operazione è finita, lasciandosi dietro alle spalle più di sessanta cadaveri. Tutti terribili terroristi ovviamente. Il rumore dei cingoli si allontana. Poi però s'avvicina di nuovo e di nuovo i panzer aprono il fuoco. La casa degli Atamne è centrata in pieno. Muoiono tutti e undici. La popolazione si riversa in strada ed accorre sul posto. Non si sa mai, qualcuno potrebbe essere ancora vivo. Altra granata, proprio in mezzo alla folla. Alla fine, questo ripensamento dell'esercito costa (o paga, a seconda dei punti di vista) 18 morti in più. 5 sono bambini. Due di questi cinque li vediamo nella foto, abbracciati alla madre. Ed io sinceramente questo non lo tollero più. Non tollero più l'idea di un cingolo che stritola l'asfalto della strada e le piccole ossa di bambini che hanno come unica colpa quella di essere nati nel posto sbagliato. Non tollero più i macellai sionisti che pensano di poter liquidare quel sangue con frasi tipo "E' stato uno spiacevole incidente, ma dobbiamo difendere i nostri cittadini dai razzi Qassam", come ha detto Tzipi Livni, il ministro degli esteri israeliano. Spiacevole incidente un cazzo! Non tollero più l'idea che a questo mondo ai bambini non venga più riconosciuta la sacralità che gli spetta. Che qualcuno possa decidere di andare e bombardare ben sapendo che i più fragili ed i più esposti sono loro, salvo poi giustificarsi con frasi del cazzo tipo 'è la guerra!'. Non lo tollero più. Non tollero più la vita di queste creature sacrificata sull'altare dell'economia malata che ci impongono, di una diplomazia becera che imbavaglia il grido di rabbia di popolazioni intere, in Europa come nel resto del mondo o, peggio ancora, di religioni ammuffite che ormai esistono solo per procreare fondamentalismi ad hoc, utili per generare altra morte in nome di Dio.La nebbia si fa sempre più fitta, nonostante i pochi fari che tentano di illuminare la strada. Dobbiamo fare qualcosa anche noi. E' imperativo. Qualunque cosa, anche la più piccola. Se i teorici del caos hanno ragione, anche noi, con le nostre ali raggrinzite di farfalle in ciabatte possiamo scatenare la bufera che abbatterà questi monoliti della moderna inumanità.
Sunday, November 05, 2006
Preemptive Risiko

Me ne stavo stamattina bello bello davanti al pc a leggermi l'Unità online quando sono incappato in un articoletto di Roberto Rezzo, inviato a New York, dal titolo "Guerra, i neocon scaricano Bush". "Non sarà vero!" mi sono detto, ed ho iniziato a leggere. E invece è proprio vero! Quattro nomi: Richard Perle, Michael Ledeen, Kenneth Adelman ed Eliot Cohen. Quattro dei più grandi teorici del neo-conservatorismo americano di oggi, a più riprese impegnati in diversi uffici istituzionali, quasi sempre riportabili al Ministero della Difesa. Quattro sostenitori irriducibili della 'preemptive war', gente che nel 2002 affermava "Sarà una passeggiata demolire il potere militare di Saddam Hussein e liberare l'Iraq", oggi si riscoprono profandemente critici nei confronti dell'amministrazione Bush e delle scelte da questa fatte in medio oriente, come se loro non avessero avuto nessuna voce in capitolo a quel riguardo! Ma chi vogliono prendere in giro? Che vorrebbero farci credere, che dopo aver predicato a destra ed a manca i valori dell'americanismo cattolico a mano armata, dopo aver veicolato le scelte presidenziali verso l'esportazione della democrazia a suon di B52, dopo essersi infiltrati capillarmente sia nel Pentagono che nella Casa Bianca, fossero all'oscuro delle strategie militari degli USA in Iraq o in Afghanistan? Pare proprio di si. La colpa non è loro, ma di Condi Rice, Laura Bush, Harriet Miers e Karen Hughes, i principali consiglieri di Bush che sono tutte donne e "tutte innamorate di Bush" (Michael Ledeen). "Io ero a favore di rovesciare Saddam" tuona Perle, "ma nessuno mi ha chiesto di progettare una campagna per questo. Non è colpa mia!". "Rumsfeld diceva che non avremmo mai potuto perdere" piagnucola Adelman, "invece adesso stiamo perdendo...sono profondamente deluso!". Ma il meglio spetta a Cohen: "Non sarei affatto sorpreso se questa faccenda andasse a finire con una progressiva ritirata, di cui prima o poi si dovranno decidere i tempi, lasciando l'Iraq nel caos. Il risultato sarà di aver rafforzato il fronte dei fondamentalisti islamici - sia Sciiti che Sunniti, e destabilizzato l'intera regione", come a dire 'mi butto avanti per non cadere indietro'.
Ma che credevano, di stare giocando a Risiko???
Tuesday, October 17, 2006
L'ultima vergogna del neo-conservatorismo americano
Il 29 giugno del 2006, la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronunciò nel processo Hamdan vs Rumsfeld, a favore dell’accusante, abolendo il sistema di “Commissioni Militari” istituito dal Presidente Bush nel novembre del 2001, in quanto il presidente avrebbe agito senza l’autorizzazione del congresso (ovvero di nascosto al resto del paese). Inoltre, la corte ritenne che in tali Commissioni Militari venivano violate le norme relative all’esecuzione di processi equi per prigionieri di guerra che, in base alla Convenzione di Ginevra del 1949, avrebbero dovuto assicurare i diritti dei detenuti catturati nel contesto della guerra degli USA contro Al-Qaeda. Hamdan era detenuto a Guantanamo Bay.
A seguito di quella sentenza, l’amministrazione iniziò a pressare il Congresso allo scopo di far passare la legge oggi firmata da Bush come “Military Commissions Act” (MCA).
Che cos’è la MCA? L’Osservatorio Internazionale per i Diritti Umani ne da una descrizione dettagliata. La MCA è semplicemente uno strumento attraverso cui un prigioniero di guerra viene privato di ogni mezzo legale per dimostrare la propria innocenza, per contestare il proprio arresto (habeas corpus) o per denunciare maltrattamenti e/o torture subiti in fase di arresto, di interrogazione o di detenzione da parte di soldati americani e/o di ufficiali della CIA. Da notare che l’amminstrazione bush ha già affermato che ha intenzione di processare solo pochi dei prigionieri di Guantanamo bay. Gli altri continueranno a rimanere in prigione senza il diritto all’habeas corpus e spesso senza nemmeno conoscere le prove contro di loro. La MCA estende enormemente la definizione di “Unlawful Enemy Combatant” (UEC), ovvero di “combattente” arrivando ad includere chiunque “intenzionalmente e materialmente” supporti le ostilità nei confronti degli USA, anche se questi non prendono parte diretta ad alcuna azione attiva o si trovano lontano dalla prima linea o dalle zone di scontro attivo (in altre parole se accendi la sigaretta ad un tizio e poi viene fuori che questo è un filo-talebano, sei nei guai!). L’organo incaricato di stabilire lo status degli arrestati (Combatant Status Review Tribunal) agisce in assenza di qualsivoglia criterio di determinazione.
La MCA definisce le “prove classificate [come segrete. Nota mia]”. Se prove dell’innocenza dell’imputato sono classificate come tali, il difensore non vi avrà accesso. Potrà però essere fornito di un “valido sostituto” (chissà che significa...). Lo stesso vale per la fonte di tali prove. Se sono “classified”…nisba! D’altra parte, viene accettato qualsiasi tipo di prove contro l’accusato, finanche il “sentito dire”, se queste si rivelano “attendibili” e “probanti”. Le commissioni non avranno problemi in questo senso. Semmai problemi li avrà il difensore al quale può essere vietato di conoscere sia le fonti di tali testimonianze sia i metodi di interrogatorio del difeso. Pertanto, per il difensore, dimostrare l’uso di metodi violenti, coercitivi o degradanti a carico dell’imputato, “proibiti” dal MCA, sarà virtualmente impossibile, anche dopo un eventuale rilascio. In questo caso, l’imputato non potrà avvalersi di una corte né militare né civile per denunciare eventuali maltrattamenti o torture, siano essi avvenuti negli USA o in qualsiasi altra parte del mondo.
Per fortuna che la MCA ancora vieta la tortura come strumento coercitivo…con le debite eccezioni naturalmente: la MCA si preoccupa di listare tutti i metodi definiti “tortura” ma ovviamente la lista non è completa (tutti gli altri sono concessi) e non include nella lista metodi precedentemente definiti nel War Crimes Act come “umilianti” o “degradanti”. Inoltre ha eliminato dalla lista degli abusi il passaggio in giudicato di sentenze che siano state emesse da processi che non incontrano gli standard internazionali in termini di equità e giustizia.
La MCA si preoccupa di tutelare la posizione di quegli ufficiali CIA che, in passato, si sono macchiati di crimini in questo senso, definendo come “crudeli” ed “inumani” solo quelle procedure che causano “ SOFFERENZA PROLUNGATA” al detenuto. Pratiche “brevi” o non dolorose come la privazione del sonno, ma che possono causare danni a lungo termine sulla psiche del detenuto, sono pertanto ammesse.
Ah…dimenticavo, la legge autorizza il presidente ad “interpretare” liberamente quanto statuito nella convenzione di Ginevra…
A seguito di quella sentenza, l’amministrazione iniziò a pressare il Congresso allo scopo di far passare la legge oggi firmata da Bush come “Military Commissions Act” (MCA).
Che cos’è la MCA? L’Osservatorio Internazionale per i Diritti Umani ne da una descrizione dettagliata. La MCA è semplicemente uno strumento attraverso cui un prigioniero di guerra viene privato di ogni mezzo legale per dimostrare la propria innocenza, per contestare il proprio arresto (habeas corpus) o per denunciare maltrattamenti e/o torture subiti in fase di arresto, di interrogazione o di detenzione da parte di soldati americani e/o di ufficiali della CIA. Da notare che l’amminstrazione bush ha già affermato che ha intenzione di processare solo pochi dei prigionieri di Guantanamo bay. Gli altri continueranno a rimanere in prigione senza il diritto all’habeas corpus e spesso senza nemmeno conoscere le prove contro di loro. La MCA estende enormemente la definizione di “Unlawful Enemy Combatant” (UEC), ovvero di “combattente” arrivando ad includere chiunque “intenzionalmente e materialmente” supporti le ostilità nei confronti degli USA, anche se questi non prendono parte diretta ad alcuna azione attiva o si trovano lontano dalla prima linea o dalle zone di scontro attivo (in altre parole se accendi la sigaretta ad un tizio e poi viene fuori che questo è un filo-talebano, sei nei guai!). L’organo incaricato di stabilire lo status degli arrestati (Combatant Status Review Tribunal) agisce in assenza di qualsivoglia criterio di determinazione.
La MCA definisce le “prove classificate [come segrete. Nota mia]”. Se prove dell’innocenza dell’imputato sono classificate come tali, il difensore non vi avrà accesso. Potrà però essere fornito di un “valido sostituto” (chissà che significa...). Lo stesso vale per la fonte di tali prove. Se sono “classified”…nisba! D’altra parte, viene accettato qualsiasi tipo di prove contro l’accusato, finanche il “sentito dire”, se queste si rivelano “attendibili” e “probanti”. Le commissioni non avranno problemi in questo senso. Semmai problemi li avrà il difensore al quale può essere vietato di conoscere sia le fonti di tali testimonianze sia i metodi di interrogatorio del difeso. Pertanto, per il difensore, dimostrare l’uso di metodi violenti, coercitivi o degradanti a carico dell’imputato, “proibiti” dal MCA, sarà virtualmente impossibile, anche dopo un eventuale rilascio. In questo caso, l’imputato non potrà avvalersi di una corte né militare né civile per denunciare eventuali maltrattamenti o torture, siano essi avvenuti negli USA o in qualsiasi altra parte del mondo.
Per fortuna che la MCA ancora vieta la tortura come strumento coercitivo…con le debite eccezioni naturalmente: la MCA si preoccupa di listare tutti i metodi definiti “tortura” ma ovviamente la lista non è completa (tutti gli altri sono concessi) e non include nella lista metodi precedentemente definiti nel War Crimes Act come “umilianti” o “degradanti”. Inoltre ha eliminato dalla lista degli abusi il passaggio in giudicato di sentenze che siano state emesse da processi che non incontrano gli standard internazionali in termini di equità e giustizia.
La MCA si preoccupa di tutelare la posizione di quegli ufficiali CIA che, in passato, si sono macchiati di crimini in questo senso, definendo come “crudeli” ed “inumani” solo quelle procedure che causano “ SOFFERENZA PROLUNGATA” al detenuto. Pratiche “brevi” o non dolorose come la privazione del sonno, ma che possono causare danni a lungo termine sulla psiche del detenuto, sono pertanto ammesse.
Ah…dimenticavo, la legge autorizza il presidente ad “interpretare” liberamente quanto statuito nella convenzione di Ginevra…
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