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Sunday, March 11, 2012

Ti do un ingegnere se mi dai due marò

Rientra in Italia il corpo dell'ingegner Lamolinara. Io manco lo sapevo che era stato rapito. Cioè, non mi pare che durante gli ultimi nove mesi, tanto è durata la detenzione di Lamolinara e di McManus, l'operaio inglese rapito insieme all'italiano, non mi pare ci sia stato tutto questo baccano mediatico. In genere dicono che il silenzio aiuta le trattative. Sarà...
Intanto questi due cristiani sono stati ammazzati da rapitori nigeriani nel momento in cui forze super specializzate inglesi hanno tentato un'incursione che se l'avessero annunciata il giorno prima su tutti i giornali, forse le cose sarebbero andate diversamente.
Cameron è un'interventista. Lo è sempre stato. Ed un ostaggio inglese da nove mesi in mano ai suoi rapitori non era una bella cosa per il primo ministro inglese, che vede la propria popolarità diminuire di giorno in giorno per tagli e politiche economiche dettate dalla crisi. E quindi parte un'operazione dissennata, forse proprio per dimostrare che la Corona non si piega alle richieste di un branco di sbandati africani (tra l'altro, il gruppo jihadista al quale era stata riconosciuta la paternità del doppio rapimento, si è affrettato a dissociarsi dal tutto, ed anche questo non è un dettaglio da poco, dal momento che quando la fanno sporca, queste persone non solo non si dissociano, ma iniziano a sventolare corani a destra e a manca, vantandosi del proprio operato e della propria santità). L'Italia non viene avvertita se non ad operazione conclusa. E giù tutti a lamentarsi. Anche questo non mi suona bene. Si fa presto ad archiviare il tutto come un semplice gesto di disprezzo nei nostri confronti, da parte del governo inglese. C'è pure chi tira in ballo l'imperialismo britannico, e la mancanza di considerazione che gli inglesi avrebbero nei confronti di tutto quanto non sia anglosassone. Se fosse veramente così, allora gli SBS sarebbero intervenuti e basta, senza cercare improbabili appoggi nella polizia e nell'esercito nigeriani, che pure hanno preso parte allo show, con elicotteri e sembra addirittura con un blindato (l'effetto sorpresa...). Inoltre non si nasconderebbero adesso dietro il dito dell'Italia che non muove obiezioni quando gli si prospetta una possibilità d'intervento. Direbbero chiaramente che per loro era il momento di intervenire, e sticazzi dell'Italia. Punto. Sia gli inglesi che altre nazioni non hanno esitato a farlo in passato (vedi l'ultimo intervento francese in Libia).
Eppure, nonostante tutto, il TechnoMinistro Terzi, pur dopo la manifesta indignazione del Presidente della Repubblica, invita a non 'cercare risse'. 
Eggià
Dopotutto ci sono ancora due marò italiani prigionieri in India.
E indovinate un pò chi è il primo partner commerciale dell'India in Europa?

Sunday, February 01, 2009

English wildcats

Migliaia di lavoratori inglesi hanno messo in atto, da alcuni giorni a questa parte, quello che qui viene definito come una serie di 'wildcat strikes', ovvero di scioperi a 'gatto selvaggio'. Questi consistono nell'interrompere il lavoro in zone diverse di una catena di montaggio in tempi diversi, così arrestando totalmente la produzione. Questi scioperi sono stati attivati quando una ditta italiana, la Irem di Siracusa, dopo aver vinto una commessa per la costruzione di un impianto di raffineria nel Lincolnshire, ha deciso di portare in UK diverse centiania di lavoratori italiani e portoghesi per portare avanti il lavoro. Gli operai inglesi si sono visti pertanto defraudati di posti di lavoro che avrebbero potuto essere assegnati ad altri inglesi ed hanno attivato lo sciopero.
In molti hanno voluto vedere in questa vicenda una sorta di contrappasso dantesco, che avrebbe punito i cittadini di un paese in cui sempre più spesso lo 'straniero' (ma sembra valere solo per gli stranieri extracomunitari) arriverebbe a rubare posti di lavoro all'italiano. Le cose non stanno realmente così, a mio avviso. Bisogna dire innanzi tutto che una delle bandiere impugnate dagli scioperanti inglesi è quella delle parole pronunciate nel 2007 dal primo Ministro Gordon Brown, il quale inneggiò a "il lavoro per i lavoratori inglesi". La qual cosa sarebbe degna della migliore Santanchè nostrana in verità. Ed infatti stupisce che una frase del genere sia stata pronunciata in un paese in cui lavora praticamente tutto il mondo (me compreso) senza che nessuno mai si sia nemmen sognato di alzare un sopracciglio in proposito, ma anzi preoccupandosi di far avere all'immigrato ogni sorta di tutela sociale (vedi la pensione di stato) e sanitaria.
Ci sarebbe un lungo discorso da fare a questo proposito, a cominciare dal fatto che i famigerati lavori che da noi 'non-vuole-più-fare-nessuno', e che pertanto impegnano eserciti di extracomunitari, qui non esistono, perchè anche il manovale ed il contadino qui rientrano in categorie professionali ben precise e tutelate, e di morti sul lavoro se ne vedono ben pochi. Ma andiamo avanti. Stanti le parole del Primo Ministro, e stante il fatto che, nonostante esse, lavoratori stranieri hanno sempre potuto venire e lavorare in UK, come mai proprio adesso i lavoratori inglesi alzano la testa? Non c'è nessuna componente xenofoba dietro tutto questo, nonostante quello che giornali neoscandalistici italiani (come il Corriere ad esempio) possono aver detto. E' vero che gli scioperanti inglesi sono stati visti alzare cartelli riportanti il classico "Italians go home", ma dietro questa forma di aggressione, non c'è certo l'odio per l'italiano in sè. Esistono intere regioni del Regno Unito in cui la manodopera italiana non solo si è affermata, ma ha prodotto benessere, come nel caso dei mattonifici del Bedfordshire. Semmai, c'è l'indignazione per il tentativo di esportare in UK un modello di lavoro tipico in Italia, ma ancora sconosciuto qui. Gli operai italiani non sono stati portati in UK in quanto 'manodopera specializzata', come vogliono far credere sia Brown che la Irem. E' semplicemente ridicolo anche solo ipotizzare la possibilità che questo sia possibile, stante l'offerta formativa che viene normalmente resa disponibile in UK, e che è da sempre superiore a quella disponibile in Italia. Nè sono stati spostati nell'ambito di un non meglio specificato piano europeo di cooperazione che vorrebbe il libero spostamento di lavoratori attraverso il continente. Quegli operai italiani e portoghesi sono stati portati in UK semplicemente perchè più economici. Quegli operai sono stati alloggiati su barconi ancorati nel porto commerciale e vengono forniti di vitto ed alloggio nelle cabine dei barconi, nemmeno fossero reclusi in un bagno penale di fine ottocento. Quegli operai, in altre parole, costano meno di quanto costerebbero degli operai inglesi, che invece avrebbero richiesto stipendi adeguati ad affittare una casa degna di questo nome o a fare la spesa in un qualsiasi supermecato senza vedersi imposto il menù di pranzo, cena e colazione dalla mensa aziendale (che peraltro, trovandosi su un barcone, non immaginiamo certo a cinque stelle). E difatti alla protesta degli operai inglesi si è aggiunta quella dei commercianti inglesi della zona, che in seguito all'arrivo degli 'italians' hanno visto scendere i propri profitti, dal momento che gli operai 'importati' non spendono una lira fuori dai barconi in cui alloggiano. Quegli operai italiani e portoghesi convengono perchè accettano ciò che gli viene offerto, mentre invece un qualsiasi operaio o manovale inglese avrebbe preteso. Preteso lo stipendio, preteso la sicurezza, preteso il riconoscimento della propria professionalità e della propria dignità di lavoratore, come normalmente avviene nel Regno Unito.
E' questo ciò contro cui protestano i lavoratori inglesi. Ed io sinceramente non riesco a dargli torto.

Tuesday, June 05, 2007

L'illegalità della guerra

È meravigliosa la rete. Meravigliosa per quanto disgustosi i canali di informazione canonici. Miliardi di telegiornali, di giornali, di trasmissioni di approfondimento. Tonnellate di parole vane rovesciate quotidianamente nelle case della gente non si sa bene per convincerla di cosa, forse che Cristo è morto dal freddo, o che life is now, oppure che ava come lava…
Poi ti siedi davanti al piccì, clicchi il solito link di Peacereporter e leggi: “Cercarono di sabotare i B-52 alla vigilia della guerra in Iraq: assolti due pacifisti britannici”.
Due inglesi, Toby Olditch e Philip Pritchard, il 18 marzo 2003 scavalcano il recinto dell’aeroporto militare di Fairford, vicino Londra. Manomettono i motori di due velivoli e lasciano tanto di cartello per il pilota, ‘consigliandogli’ di non decollare. Vengono arrestati ed ingabbiati nel carcere di Gloucester. Lo sapevano dal principio che sarebbe successo ed al momento in cui hanno tagliato la rete perimetrale dell’aeroporto, avevano già preparato le loro cose per l’incarcerazione. “The worse case scenario for us would have been prison - but nothing compares to the horror that has been inflicted on innocent Iraqis” (la cosa peggiore che potesse capitarci era l’arresto, ma niente se paragonato all’orrore che è stato inflitto agli innocenti dell’Iraq) dice uno dei due pacifisti di Oxford.Restano dietro le sbarre per tre mesi ed escono poi su cauzione. Nel 2004 iniziano i processi che si protraggono fino alla settimana scorsa quando il giudice emette una sentenza di assoluzione. Quel che è successo è che i nostri ‘eroi’ si sono presentati in giudizio con la seguente motivazione: quei B-52 avrebbero trasportato cluster bombs e bombe all’uranio impoverito che inevitabilmente, vista la natura stessa degli ordigni, avrebbero provocato morti tra i civili tanto nel breve quanto nel medio e lungo termine. Pertanto il loro gesto, per quanto criminoso, è stato reso inevitabile dalla necessità di prevenire crimini ben più gravi. I magistrati, preso atto delle caratteristiche tecniche degli ordigni, non hanno potuto fare a meno di constatare che formalmente la tesi degli accusati annullava il reato di cui erano imputati. Assolti!
Sembrerebbe la classica notizia del postino che morde il cane da guardia eppure, che io sappia, nessun giornale ne ha parlato. Forse si temeva che si spargesse la voce ed i soliti ‘megalomani’ tentassero pericolose emulazioni anche negli aeroporti nostrani. O forse, più semplicemente, si temeva che la gente vedesse come i protagonisti di questa storia, non erano né black bloc, né anarco-insurrezionalisti, né terroristi kamikaze. Ma due comunissimi, ordinarissimi gentlemen inglesi con qualche conoscenza di avionica, un paio di cacciaviti e chiavi inglesi ed il coraggio di chi sa abbandonare la propria comoda poltrona in cambio della galera pur di riuscire a dormire tranquillo la notte, sapendo di aver fatto qualcosa di giusto, di aver dato una mano.